London River di Rachid Bouchareb
Il fiume della comprensione
Articolo di Paola Assom – Pubblicato domenica 15 febbraio 2009
Il cinquantenne francese di origine magrebina Rachid Bouchareb - già nominato agli Oscar nel 1996 per Bambini di Saigon e presente alla Berlinale 2001 con Little Senegal – è il regista di questa pellicola toccante e scottante.
Si occupa infatti di storia recente e drammatica e perciò tanto più difficile da raccontare e delicata nei suoi molteplici risvolti. Londra, luglio 2005. Bombe di terroristi uccidono oltre cinquanta persone nella metropolitana e su autobus. Fin qui, fatti noti. Ma quello che il film racconta è l’epopea della madre di una ragazza inglese e del padre di un ragazzo africano che si mettono sulle tracce dei loro rispettivi figli che, dal giorno dell’attentato, non danno più notizie di sé. Sono vicende di un realismo doloroso e struggente, raccontate con delicatezza e, bisogna rendere atto al regista, senza eccessi di partigianeria né scadimenti nel melodramma (tranne l’ultima scena, ma il peccato è davvero veniale).
E mentre il dramma si svolge e i due adulti scoprono la tragica verità sulla fine dei loro ragazzi, si scopre anche che i due mondi diversi e apparentemente inconciliabili dai quali essi provengono posso avvicinarsi e capirsi.
La donna è una inglese purosangue, vedova di un combattente delle Falkland e contadina attaccata alla sua terra nella remota isola del Canale. La figlia è invece fuggita da quella vita che odiava, tranquilla ma senza emozioni e senza un futuro. Ora la madre, arrivata a Londra sulle sue tracce, si trova in una capitale multietnica che non riconosce come la “sua” patria e dove le sue certezze sono capovolte.
Scopre infatti che il padrone della casa in cui vive la figlia è una immigrato magrebino, che la figlia si era avvicinata a una comunità di musulmani (si chiede preoccupata: “Si sarà mica convertita”), che frequentava un corso di arabo (“ma perché imparare l’arabo” si chiede la donna, “e chi parla arabo, qui?”; e l’insegnante risponde sorridendo: “tutti noi”). Infine scopre che la ragazza viveva con un giovane ghanese, e questa è la circostanza che le fa incontrare il padre del ragazzo giunto anche lui per cercare il figlio.
Costui è un nero magro e alto, dall’incedere zoppicante e dall’aria malconcia, con lunghe treccine da rasta come un anziano Bob Marley, emigrato in Francia quando il figlio non era che un bambino. Dapprima pare persino che i due giovani siano partiti insieme per una vacanza e dunque i due genitori si sentono legati per un momento da una comune esultanza, purtroppo rivelatasi poi atrocemente errata. Involontariamente le loro storie si intrecciano, attraverso le trafile negli stessi ospedali, le stesse domande alla polizia e tutte le altre tristi incombenze. Involontariamente, dunque, e perciò con una iniziale diffidenza, più che altro un comprensibile e ben giustificato pudore soprattutto da parte di lei.
Ma le ricerche durano lunghi, interminabili giorni e arriva un punto in cui i genitori dei due ragazzi, per necessità ma pure con assoluta riservatezza e discrezione, dividono a Londra lo stesso appartamento nel quale vivevano i loro figli. Alla fine di quel terribile calvario il dolore che li ha uniti si scioglie in un abbraccio di addio ma anche di gratitudine. Entrambi, (più lei che lui, per la verità) hanno capito che culture diverse non significano solo terrorismo e segregazione. Esse possono e sanno anche avere un lato buono, costruttivo e pacifico, se fondato sulla comprensione, sull’uguaglianza e soprattutto sull’amore.
Il padre è impersonato da Sotigui Kouyate, ieratico come un santone indiano, insignito dell’Orso d’Argento come miglior protagonista. La madre è Brenda Blethyn, che in carriera vanta ben due nomination all’Oscar. Paffuta e rosea, non certo una diva, ma espressiva in modo vivissimo e di una bravura commovente. Ogni suo sguardo, parola e gesto sono perfetti, proprio come avrebbe fatto una madre vera, come avrebbe fatto ognuna delle nostre madri. E’ comprensibile che questo film sia stato il più votato dai critici.







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