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Habemus Papam

aprile 30th, 2010

Primo ciak per Habemus Papam il nuovo film di Nanni Moretti che vede protagonista Michel Piccoli, nella parte di un pontefice molto insicuro. La pellicola è prodotta da Sacher FilmFandango in collaborazione con Rai Cinema.

www.sacherfilm.eu

Habemus Papam è la formula latina con la quale viene annunciato l’elezione di un nuovo pontefice ma è anche il titolo del nuovo film di Nanni Moretti.

La storia è facilmente intuibile, ruota attorno ad un papa che, fresco d’elezione mostra tutta la sua insicurezza e paura di affrontare un ruolo così importante. La parte del protagonista va all’attore e sceneggiatore Michel Piccoli ma nel cast troveremo anche lo stesso regista, nell’insolito ruolo di uno psicanalista, Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Margherita BuyFranco Graziosi.

Le riprese del film sono iniziate lunedì primo febbraio per cui non siamo ancora in grado di darvi una data d’uscita ufficiale. L’unica cosa certa è che non sarà un film troppo pessimista poichè Moretti ha confessato di essersi allontanato dalle tematiche attuali.

La sceneggiatura del lavoro è stata proposta al monsignor Gianfranco Ravasi il quale ha dichiarato di essere stato molto in contatto con l’autore negli ultimi mesi.

Il set, come di consueto, trattandosi di Nanni Moretti , è blindato.L’unica notizia che trapela è che sono cominciate il 1 febbario a Roma le riprese di Habemus Papam, undicesimo film del regista, prodotto da Sacher Film e Fandango in collaborazione con Rai Cinema la francese Le Pacte . Michel Piccoli è il protagonista, nel cast anche Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Margherita Buy, Franco Graziosi e lo stesso Moretti. La sceneggiatura è firmata da Moretti con Federica Pontremoli e Francesco Piccolo: la storia parte dalla morte del Papa e dal conclave riunito per eleggere un nuovo Pontefice. Umano, troppo umano, se è vero, come sembra, che il nuovo Papa (Piccoli) abbia bisogno di ricorrere al supporto di uno psicanalista (Moretti) per superare il panico e le insicurezze.

The depressed pope in Habemus Papam requires intervention. His aides go so far as to call in a psychiatrist, played by Moretti himself.

“Sto accumulando materiale di repertorio televisivo che poi monterò. Per raccontare le oscenità politiche e giornalistiche a cui ci siamo abituati, o di cui non ci siamo accorti. Si chiamerà E’ successo in Italia. E’ tanto che dico ‘bisognerebbe farlo’. Ho iniziato ad archiviare trasmissioni e telegiornali. È una cosa che tocca fare e la si fa”.

Insomma quello che si auspicava di fare con Aprile una decina d’anni fa lo fa ora. “Io devo fare questo documentario” recitava in Aprile che divenne poi un poetico parallelismo fra la sua vita, l’arrivo del piccolo Pietro.
Ma il bisogno di quel documentario e’ ancora vivo. Raccontare come questa Italia si sia e si stia rovinando con le proprie mani e’ doveroso. Ed e’ doveroso farlo per un artista conosciuto e stimato in tutta europa (e anche nel mondo dai) come Nanni Moretti che ha fatto delle sue idee politiche una delle parti fondanti del suo cinema.

Figlio di questo progetto e’ una storia sul Partito Comunista Italiano:

“Senza finanziamenti tv, per ora. Non voglio perdermi nell’attesa: ti rispondono che siamo in campagna elettorale, poi bisogna aspettare le elezioni, poi c’è il rinnovo del consiglio di amministrazione, poi altre elezioni. Intanto lo produco, poi mi auguro che qualcuno lo compri. Saranno molte ore: le elezioni del ‘48, lo stalinismo, l’espulsione del gruppo del ‘manifesto’… Interviste a chi nel Pci c’è stato. Non una celebrazione acritica, ma mi fa piacere ricordare soprattutto a loro, a quelli che sono stati comunisti, che questa storia c’è veramente stata. Anche perché chi ricorda oggi il Pci è soprattutto chi non è stato comunista: Bocca, Scalfari. Quel pezzo di paese c`è stato”


L’INTERVISTA

Moretti: “Pubblico svegliati,

il cinema sta morendo”

Incontro con il regista che prepara il suo nuovo film, “Habemus papam”, in cui si ritaglia la parte dello psicanalista, e due documentari: sul Pci e sull’informazione
di PAOLO D’AGOSTINI

La Republlica

Nanni Moretti
ROMA – “Anzitutto il titolo è Habemus papam. Commedia ma non solo. È la storia di un papa depresso. Sto ancora finendo la sceneggiatura. Con Federica Pontremoli e Francesco Piccolo, come per Il Caimano”. L’imprevedibile disponibilità di Nanni Moretti nasce dal cortocircuito tra due poli della sua attenzione di questi giorni. La rassegna “Bimbi belli” che egli dedica, con dibattito ogni sera nella sua Arena Sacher, alle opere prime italiane della stagione. E il G8 in corso a L’Aquila. Inizia con qualche anticipazione sul film che si avvia a realizzare. Abbondante e generosa.

Un papa che non vuole fare il papa: è così?
“Dobbiamo proprio dirlo? Inizia con la morte di un papa e quindi con il Conclave”.

Commedia come (quasi) sempre nei suoi film, o di più?
“Il film cercherà un equilibrio tra realismo di ambientazione, sentimento doloroso, e improvvisi scarti verso la leggerezza. Non è una satira. Racconta di un uomo che sembra non farcela”.

Che non è lei?
“No. E non so ancora chi sarà. Io faccio uno psicoanalista che incontra il papa”.

Disse mesi fa di aver avuto difficoltà a trovare un nuovo soggetto, per paura di fare un film che comunicasse soltanto pessimismo. Ora ci è riuscito?
“Penso di sì. Se in questo momento avessi messo in scena ambienti e personaggi più vicini a me, la storia sarebbe stata cupa e basta. Comincerò le riprese tra qualche mese. Ma questo non è il mio unico progetto. Sto accumulando materiale di repertorio televisivo che poi monterò. Per raccontare le oscenità politiche e giornalistiche a cui ci siamo abituati, o di cui non ci siamo accorti. Si chiamerà È successo in Italia. È tanto che dico “bisognerebbe farlo”. Ho iniziato ad archiviare trasmissioni e telegiornali. È una cosa che tocca fare e la si fa”.

Quanto indietro? Dall’inizio della vita politica di Berlusconi?
“Pressappoco. La soglia del nostro stupore e della nostra reazione nei confronti di una catastrofe etica, istituzionale, umana, “culturale”, si è abbassata sempre di più, sempre di più… fino a scomparire sottoterra. Fino a considerare normale un orrendo spettacolo, che in un paese democratico tutto è tranne che normale. Con questo lavoro non voglio convincere nessuno, voglio semplicemente ricordare che questo schifo, di cui fa parte anche il conformismo e il servilismo di tanti giornalisti, è successo davvero. Da 15 anni 60 milioni di italiani sono ostaggio degli interessi di una sola persona. Un’umiliazione impensabile fino a poco tempo fa. Da parte della sinistra c’è stata un’incapacità totale di reagire e affermare la propria identità. Si è fatta aggredire e sbeffeggiare. È arretrata in continuazione, ha adottato luoghi comuni come quello che non bisogna demonizzare Berlusconi per non spaventare i moderati. Su certe spaventose posizioni e leggi volute dalla Lega da sempre hanno avuto parole più nette alcuni settori della Chiesa. Il pragmatismo della sinistra la porta addirittura a corteggiare e a ipotizzare alleanze con la Lega. E invece no, sono portatori di disvalori, punto e basta. In questi anni la sinistra ha avuto paura di tutto. È stata prigioniera di personalismi senza personalità. Senza dimenticare lo slogan penoso della destra e di molti giornalisti secondo il quale il conflitto di interessi non interessa agli italiani, dato che la maggioranza ha votato Berlusconi. C’è un piccolo dettaglio: interessa alla democrazia. Spero solo che, dopo gli ultimi avvenimenti, almeno un risultato sia ormai acquisito: il tramonto dell’ipotesi che un tipo che si considera al di sopra della legge possa aspirare al Quirinale”.

Non tutti i giornali si sono comportati come lei dice.
“In quello che sta facendo Repubblica c’è finalmente un’idea di giornalismo. Non si può continuare ad accettare, come pugili suonati, la prevedibile sgradevolezza e violenza dei giornali di destra. Certo, avrei preferito che altre dieci, venti, trenta domande fossero state poste sui suoi rapporti con la mafia e con Dell’Utri, su Previti che ha corrotto la magistratura per conto di Berlusconi, sull’avvocato Mills, sull’incerta provenienza dei soldi negli anni 70. Molti anni fa si è preso tre reti televisive. Poi è stata fatta una legge apposta per lui. Da quel momento avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. E così è stato”.

Ha anche un altro progetto, giusto?
“Insieme ad altri registi. Voglio produrre una storia del Pci. Senza finanziamenti tv, per ora. Non voglio perdermi nell’attesa: ti rispondono che siamo in campagna elettorale, poi bisogna aspettare le elezioni, poi c’è il rinnovo del consiglio di amministrazione, poi altre elezioni. Intanto lo produco, poi mi auguro che qualcuno lo compri. Saranno molte ore: le elezioni del ‘48, lo stalinismo, l’espulsione del gruppo del Manifesto… Interviste a chi nel Pci c’è stato. Non una celebrazione acritica, ma mi fa piacere ricordare soprattutto a loro, a quelli che sono stati comunisti, che questa storia c’è veramente stata. Anche perché chi ricorda oggi il Pci è soprattutto chi non è stato comunista: Bocca, Scalfari. Quel pezzo di paese c’è stato”.

Testimonianze di militanti raccolte in giro per l’Italia?
“Persone che hanno qualcosa da raccontarci. Che non parlino con il senno di poi, che siano oneste e autentiche tornando a quei momenti, a quegli errori, a quelle lotte”.

C’è molto allarme per la pesante decurtazione dei fondi pubblici destinati al cinema.
“So e capisco tutto. Però c’è anche una responsabilità del pubblico, per il quale il cinema non è più centrale. Tutti stiamo sottovalutando il momento di difficoltà delle sale, che ora chiuderanno una ad una. Perché le persone sono disposte a spendere qualsiasi cifra per mangiare in un ristorante dove devono urlare per farsi sentire. O per una partita che forse finirà zero a zero. Ma il cinema, la cosa che è aumentata di meno negli ultimi quindici anni, quello no: costa troppo. Per non parlare dell’abitudine orrenda di scaricare illegalmente da Internet. E basta con il luogo comune di premettere sempre: “io non do giudizi”. Io sì, li do. Non mi piace quel modo di vivere lì! Non mi piace che uno stia con il culo appiccicato alla sedia e con la sedia appiccicata al computer. Mi piace più il mio, di modo di vivere. E vedere i film in un cinema, in mezzo agli altri. Tra poco i cinema chiuderanno tutti. E non è colpa della politica o delle istituzioni, ma delle persone che hanno la possibilità di scegliere di fare una cosa e un’altra. Anche tra noi, registi o scrittori, c’è chi potrebbe scegliere ma non lo fa. Io, da quando fondai la Sacher con Angelo Barbagallo, ho escluso la possibilità di farmi finanziare i film dal gruppo Berlusconi. Ho cercato di essere coerente. Una cosa imparata da mio padre, che era liberale”.

casa dolce casa

aprile 29th, 2010

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inaugurazione 8 maggio 2010 ore 18.00

8 maggio – 29 maggio 2010

co.me - digital design piazza san leonardo 16 – 31100 treviso tel. 0422 541865 – info@comeonline.it – www.comeonline.it

orari di apertura su appuntamento nei seguenti giorni e orari:

dal mercoledì al venerdì dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.00;

il sabato dalle 16.00 alle 19.30.

Rossana Baroni

Via Breno 2, 20139 Milano - 347 9903554

e-mail: roxibaro@gmail.com - www.facebook.com/rossanabaroni

  • Rossana Baroni è nata a Milano nel 1963, dove vive e lavora.
  • Sviluppa il suo discorso fotografico nel 1989.
  • Dal 1990 al 1993 è socia di Esposimetra – Associazione Donne nella Fotografia; il 4 marzo 1995 partecipa alla fondazione di ODIEFFE – Officina Donne Fotografia con cui collabora sino al 2001.
  • Ha esposto in Italia e all’estero. Ha partecipato al Premio Nazionale Donne Fotografe di Prato ed esposto con la Fondazione Italiana per la Fotografia. Sue opere sono presenti in collezioni private.

Graziella Reggio

Via Ragusa 10, 20125 Milano - 02 66 83 205

e-mail: graziella.reggio@yahoo.it - www.graziellareggio.it

  • Graziella Reggio è nata nel 1956 a Milano, dove attualmente vive e lavora.
  • Ha studiato all’Art Students League di New York e nel 1999 ha ricevuto il Pollock-Krasner Foundation Grant.
  • Ha esposto in gallerie e spazi storici, tra i quali: Galleria Civica di Arte Moderna, Spoleto; O’Artoteca, Milano; Studio Arte Fuori Centro,  Roma; Palazzo Balleani, Jesi; Galleria il Campo delle Fragole, Bologna; Galleria Totem-Il Canale, Venezia; Galerija Scuk, Lubiana; Museo Nazionale di Villa Pisani, Stra; Galleria San Fedele, Milano; Palazzo Comunale, Spello; Cork Gallery, New York.

Giusto Pio

aprile 25th, 2010

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UNA CREATIVITA’ CHE SI FA MUSICA

Una serie di artcoli

E’ musica lui stesso. Giusto Pio se parla della vita passata lo fa con una semplicità e un entusiasmo che non possono non sorprendere. Fanno trasparire un momento di perplessità solo quando dice: “Ho settantaquattro anni”. Insospettabile, a vederlo carico di progetti e creatività, ma è così.
Pio è tornato a vivere i Castelfranco Veneto dopo quarant’anni passati a Milano, violinista nell’orchestra sintonica alla Rai, ma soprattutto compositore. “Vi e stato un periodo -racconta- in cui era difficile, aprendo la radio, non sintonizzarsi su qualche brano composto da me e Battiato”.
Già, Franco Battiato, uno dei musicisti italiani più raffinati e completi, più intensi e originali. Chi non ricorda canzoni come “Centro di gravità permanente”, “Patriot”, Bandiera bianca”, “Il re del mondo”, “Voglio vederti danzare”, “Vento caldo dell’estate”. Solo alcuni titoli, ma bastano per rievocare una stagione indimenticabile della musica italiana. “Con Battiato – racconta – ho scritto oltre un centinaio di canzoni, interpretate non solo da Franco. “Per Elisa”, ad esempio, eseguita da Alice ha vinto il festival di San Remo”.
Ma altri celebri cantanti, come Milva e Gaber, sono avvalalsi delle composizioni e degli arrangiamenti del duo Battiato-Pio.

Come è nata la passione per la musica?
Mio padre possedeva uno dei primi apparecchi radio della provincia di Treviso, così ho avuto prestissimo la possibilità di sviluppare la sensibilità musicale, di conoscere, di appassionarmi. Poi, in quinta elementare, ho ricevuto le prime lezioni e dopo la terza media sono passato al conservatorio, a Venezia, diplomandomi in violino. Ho vinto un concorso e mi sono trasferito a Milano”.
All’ impegno con l’orchestra sinfonica della Rai, il musicista di Castelfranco aveva affiancato un attività cameristica di notevole livello, inserendosi in numerosi complessi. Il repertorio affrontato spaziava, praticamente, dal Trecento ai giorni nostri. Quando si trattava di eseguire brani cinquecenteschi Pio utilizzava uno strumento di particolare fascino e suggestione, la lira da braccio.
“La musica non possiede confini -sottolinea -. Adesso poi, con l’elettronica, si sono aperte nuove, straordinarie possibilità”.

E l’incontro con Battiato, come era avvenuto?
“Aveva chiesto di ricevere lezioni di violino, per questo veniva a casa mia. Saranno passati venticinque anni, da allora. Poi, dal momento didattico, siamo passati a quello sperimentale. Facevamo, insieme, un lavoro di ricerca molto interessante. Il nostro era un esprimersi non codificato da regole precise. Ad un certo punto è stato Franco a spingermi verso la composizione. Così sono nati i primi brani e il primo disco. Abbiamo avuto fortuna. Ricordo ancora con emozione il Primo Lp di larga diffusione, si intitolava “L’era del cinghiale bianco” e coincideva praticamente con un diverso modo di fare musica di Battiato.

Quale ruolo aveva Giusto Pio?
“Le parole erano di Franco. Io, sostanzialmente, intervenivo sulle sonorità. Dopo “L’era del cinghiale bianco” sono venuti “Patriot” e, con un milione di copie Vendute, “La voce del padrone”. Per anni abbiamo lavorato tantissimo insieme, componendo oltre un centinaio di canzoni. Ci divertivamo, anche. Non di rado, si trattava di canzoni che cantava l’Italia intera. Ricordate, ad esempio, “Un’estate al mare”? Anche quella era firmata Battiato-Pio. Di volta in volta, per incidere, utilizzavamo gli studi di registrazione più belli del mondo. Sono stati anni indimenticabili”.

Franco Battiato visto da vicino: com’è?
“Una persona rara, soprattutto per la generosità e l’altruismo. E’ dotato di un’intelligenza particolare. Ad esempio ha una facilità estrema nell’apprendimento delle lingue. Dal punto
di vista strettamente musicale, poi, in Italia è il migliore in senso assoluto”.
Un’ esperienza conclusa, tuttavia.
“Sì, anche se l’anno scorso, al festival di Sanremo, ho diretto o l’orchestra che accompagnava Battiato, intervenuto in qualità di ‘superospite’. Ora, da tempo, sono tornato ai vecchi amori, alla cosiddetta musica colta”.

Quali le produzioni recenti?
“Lavoro fuori dei canoni consueti. Ho composto musica nell’ambito delle arti figurative, del teatro, della poesia. Ho ideato colonne sonore navigando con i suoni sulla produzione artistica, ad esempio quella di Romano Abate. Ho poi composto musiche di scena, in particolare per la “Medea” allestita da una compagnia fiorentina. E realizzato l’accompagnamento musicale per brani poetici di Roberto Mussapi’’

E la musica Sacra?
“Quattro anni fa, ho composto una “Missa populi’ che ho voluto dedicare a papa Giovanni Paolo II. E’ stata replicata più volte: oltre che a Treviso, all’abbazia di Nervesa la scorsa estate e poi a Vicenza, al festival di Fano, a Catania e altrove”.

Come vede, Giusto Pio, la realtà attuale?
“Credo che il mondo sia quello di sempre. Tuttavia, a colpirmi, è oggi soprattutto l’ipocisia, in particolare nei settori dominati dai politici”.

E’ ottimista o pessimista riguardo al futuro?
“La speranza in un domani migliore esiste sempre. Anche perché vedo tanta gente portare avanti il mondo in silenzio. Purtroppo, a far notizia, sono quasi sempre i fatti negativi. Invece, esistono tante persone, spesso sconosciute, che fanno un gran bene e di loro non parla nessuno”.

Difficile attuare un’inversione di rotta…
“Mah… L’ultimo giorno dell’anno mi ero coricato presto, ma sono stato svegliato dai botti che salutavano il nuovo millennio. Mi sono alzato e ho acceso la televisione. In ogni parte erano in atto grandi festeggiamenti, ma io non riuscivo a distogliere il pensiero da tutta la gente che di fame nel mondo”.

E la musica?
“Abbiamo attraversato in periodo buio, ma la situazione sta migliorando, soprattutto perché è cessato un certo monopolio dettato dalla politica, che condizionava la creatività dei musicisti. Oggi, fortunatamente, ognuno ha il coraggio e la forza di scegliere la sua strada”.
Antonio Chiades

…..

Giusto Pio

Giusto Pio2

GIUSTO PIO È UN MARCHIO DI QUALITA’

HO SUONATO CON BATTIATO, ORA COMPONGO MUSICA SACRA

UNA CREATIVITA

Se la messa la fa…

GIUSTO PIO4

PIO

Da la Repubblica

IL GAZZETTINO

Nuova pagina 2

DA MUSIK MAG ALL

Giusto Pio6

Il salto di Giusto Pio

Mercoledì 25 agosto 1982               il Giorno

SuperHelvetica MAURIZIO CHESNEAU _ vita, opere & miracoli

aprile 19th, 2010

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SuperHelvetica

MAURIZIO CHESNEAU _ vita, opere & miracoli

Maurizio Chesneau, amico e uomo di cultura, ci ha recentemente lasciato.

Il termine “prematuramente” non gli sarebbe piaciuto, ma a noi piace sottolineare che “prematuramente” non è sufficiente a rendere l’idea di ciò che sentiamo.

Artista, grafico, cervello visionario e guascone del pixel, eternamente insoddisfatto alla ricerca costante dell’emozione creativa che si prova usando, con sana ossessione, pennelli, matite, acrilici, legno, tastiere e mouse.

Negli anni ’80 comincia a esprimersi con originalità e rigore nella dimensione professionale a Milano, iniziando collaborazioni con importanti agenzie di comunicazione, con cui ha proseguito anche nel 2° millennio. Inizia anche un’intensa sperimentazione delle nuove tecniche computerizzate di elaborazione dell’immagine che poi continuerà ad utilizzare con sapienza e intensità.

I suoi lavori, sia che si tratti di commesse che di ricerca personale, sono saturi di una calda perfezione, un modo di essere espressivi e unici che guarda al significato delle cose e vuole arrivare a costruire un sistema narrativo dove tutto è lì dove deve essere. Perché se devi esprimerti il caso non prevale mai, piuttosto è uno strumento che ti offre delle opportunità inedite da sfruttare.

E nelle opere di collage digitale questa capacità emerge sorprendente, sia nei contenuti che nella tecnica, mix capaci di regalarci inediti insetti, nuove forme di vita, robot di un futuro alternativo e altre composizioni surrealiste dove si alternano oppure si fondono precisione, drammaticità e ironia.

Milanese di cultura e di pragmaticità, ma anche piacentino d’adozione in questi ultimi anni, aveva apprezzato il ritmo più dolce di una città di provincia in cui coltivare rapporti umani intensi e sviluppare una delle sue qualità più apprezzabili: far incontrare amichevolmente persone e neuroni.

Proprio la sua casa-laboratorio-studio era diventata per molti un salotto in cui conoscersi, incontrarsi, confrontarsi senza rete e fare un positivo brain-building che arricchiva tutti senza retoriche e senza formalismi.

Il Mac sempre acceso e gli hard disk sibilanti da cui poteva uscire di tutto e in cui tutto era conservato, come nel caveau di una banca digitale della creatività dove Maurizio faceva dei versamenti quotidiani, senza preoccuparsi che fosse giorno o notte.

Proprio l’opera in progress “SuperHelvetica”, che Maurizio desiderava esporre all’interno di M.U.S.A. e che noi siamo onorati di ospitare, rappresenta il cuore di questa esposizione che illustra una sintesi del suo approccio progettuale.

È proprio il font Helvetica il punto di partenza che diventa la piattaforma da cui decolla una poetica a più livelli che può far esclamare un semplice e sincero “wow”, oppure spingere ad una riflessione più profonda che scava tra i livelli vettoriali dell’immagine.

In fondo questa mostra non è solo un modo per celebrarlo, ma anche per fornire a giovani creativi, artisti e progettisti della comunicazione uno spazio “didattico” da cui trarre riferimenti e ispirazioni per crescere.

Anche per questo vogliamo ringraziarlo.

Piacenza, 24 aprile 2010

Cosmonauta

marzo 28th, 2010

Nostalgia per l’epoca dei cosmonauti? No, meglio oggi!
Accolto alla Mostra da una lunga sessione di applausi il primo film di Susanna Nicchiarelli doveva in realtà essere la sua opera seconda. Troppo difficile, troppo complicato e troppo delicato per un’opera prima, così era stato giudicato il soggetto dalla Fandango, quindi la proposta è diventata di fare insieme un altro film, magari più personale, e poi realizzare questo film.

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Invece si sbagliavano. Perchè Cosmonauta non è così lontano dalla sua autrice la quale, sebbene non sia nata negli anni in cui si svolge il film, lo stesso intrattiene con la protagonista più d’un punto in comune.
“Ho avuto dei produttori molto attenti e molto presenti che mi hanno fatto fare il mio film, come volevo io. Anche in fase di scrittura il punto era tirare fuori da me quello che volevo fare”, così Susanna spiega il rapporto di totale libertà che la Fandango ha lasciato a lei, esordiente dopo una lunga militanza nei corti ma soprattutto introduce la caratteristica base del film: rifiutare la visione comune degli anni ‘60 e ripudiare ogni forma di nostalgia.

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Forse è solo una questione di mettersi daccordo sul significato delle parole, ma io non direi mai che il mio film è nostalgico. Anzi! Non rimpiango quei tempi, che comunque non ho vissuto, e non penso che fossero migliori di questi, tuttavia non nascondo una certa fascinazione per quei sentimentalismi e quelle ingenuità date dall’ideologismo”. Allora ci si chiede davvero perchè realizzare un film ambientato in quegli anni: “Perchè per me era interessante usare l’ambientazione in costume, così vicina e così lontana, per creare una cornice ironica. In questo senso ho voluto che le canzoni d’epoca fossero rifatte da un gruppo moderno”.
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Niente nostalgia e un pò di malinconia, però senza dubbio la Nicchiarelli non ci va dura con i suoi personaggi: “Non volevo prenderli in giro e non volevo che fossero grotteschi, volevo stare con loro ed identificarmi. Alla fine li giustifico e sono dalla loro parte perchè sono adolescenti umani e goffi. Sono molto ottimisti ma poi in realtà si sbagliano e nel film si capisce. Li giustifico perchè sono pasticcioni”.
Pasticcioni al limite del vandalico visto quello che fanno: “Si nel flim c’è anche la diatriba tra comunisti e socialisti e relativi scontri, perchè volevo affrontare con leggerezza e ironia un pezzo di storia del paese. Alla fine mi andava di essere veramente leggera così che il film potesse avere più livelli di lettura, perchè può essere visto da chi quelle cose le ha vissute come da chi non c’era”.

La grande corsa allo spazio
Un’altra cosa importante nella genesi di Cosmonauta è stata la verità sulla corsa allo spazio: “Tutti ricordiamo che gli americani hanno mandato il primo uomo sulla Luna ma per molti, come per me, è una sorpresa scorprire che per tutto il decennio la Russia dominava quel campo e i giornali anti comunisti si lamentavano che l’America stesse a guardare”.
Questa è infatti una componente che si percepisce molto bene nel film, cioè come in realtà la corsa allo spazio fosse dominata dalle novità provenienti dalla Russia e che quindi ancora una volta tutti i sogni dell’epoca dei protagonisti (tutti comunisti) di lì a poco si sarebbero infranti con lo sbarco di Armstrong.
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Anche per questo il film sarà preceduto da un cortometraggio in stop motion intitolato Sputnik 5 e realizzato sempre da Susanna: “È una cosa che mi è venuta in mente mentre mi documentavo, quando ho scoperto che in effetti dopo la cagna Laika furono mandati altri animali nello spazio che a differenza di lei sopravvissero. Quella dello Sputnik 5 è stata la prima missione realmente di successo della storia”.
Cosmonautica a parte però, il film racconta di una ragazza dalla personalità decisamente forte e ideologica: “Si, anche se in realtà è una vera pasticciona. Nel film corre spesso perchè come tutti i miei personaggio fa delle cose poi tenta di rimediare e alla fine rimane incastrata e il fatto di essere in ritardo è la summa metaforica di tutto ciò”.
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E anche il fatto di avere un fratello con dei problemi non l’aiuta: “Si certo, il fatto che i suo maschio di riferimento è uno sfigato, fragile che viene spesso preso in giro è un punto in più. E ci tenevo che questo influisse su di lei, generando in alcune scene anche dell’autentica cattiveria. Per questo ho chiesto a Teresa Ciabatti di cosceneggiare, perchè amo come sa ritrarre la cattiveria giovanile”.

Quando ancora si poteva sognare la Luna
di Lisbeth

E’ il percorso di formazione di un’adolescenza datata inizi anni ’60.
Guardare oggi quei giovani, quelle sezioni di partito,quei modi di vivere in famiglia e fuori, dà la misura della frattura tra un prima e un dopo assolutamente privi di continuità.Il film ci parla di questo, e lo fa giocando su semitoni, suggerisce senza aver l’aria di proporre chiavi di lettura,percorsi interpretativi, analisi di costume.
Eppure, da questo spaccato di vita così normale, dalla quotidianità piccolo borghese dei personaggi, emerge il tracciato lucido di un pezzo della storia del ‘900, capolinea oltre il quale nulla è stato più come prima.

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Per quelle vite qualsiasi di giovani e meno giovani la Storia stava preparando tutte le sorprese dei decenni successivi,ma allora era possibile essere ancora così,credere nel mito dell’uomo nello spazio,riempire scatole di ritagli di giornale e modellini di cosmonauti e stendersi a pancia in su per guardare le stelle di notte, dal terrazzo del condominio,e sognare.
E’quello che fanno Luciana, ragazzina acqua e sapone e Arturo, il fratello epilettico,adolescenti senza molta fortuna,orfani di un padre comunista di cui si sentono eredi ideali,con una madre mite e debole risposata ad un uomo autoritario che vorrebbe, senza riuscirci troppo, ricoprire il ruolo vacante del padre.
Il conflitto generazionale è larvato,si spegne prima di crescere,bisognerà aspettare qualche anno perché esploda.Le dinamiche perverse dello sviluppo,profeticamente denunciate da Pasolini, scavano già sotto la cenere e l’urlo del disagio giovanile monterà ben presto.

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Per ora i giovani “impegnati” si ritrovano nelle sezioni giovanili del partito,con discorsi che fanno tenerezza tanto sono fuori fase (si parla del compagno Stalin e del compagno Kruscev,delle imprese spaziali e dei socialisti “traditori”,si organizzano tranquilli attacchinaggi di manifesti senza che appaiano militanti di Forza Nuova all’orizzonte e si fa un raid,sempre nella sezione socialista,dove non ci scappa nessun morto, al massimo qualche vetro rotto)insomma l’impressione è di un mondo, se non sereno, certo non ancora uscito dai cardini e nevrotizzato.I rituali dell’iniziazione all’amore, al sesso, alle relazioni interpersonali restano nel solco della giusta misura,la regia dosa emozioni e reazioni con partecipazione mai corriva, segue attenta questa scoperta adolescenziale del mondo in anni in cui fu facile illudersi che fosse alle porte la nuova età dell’oro.In un mondo diviso in due, dove dire “astronauta” era americano, “cosmonauta” sovietico,la cagnetta Laika e Yuri Gagarin aprivano un’era e davano esca a fantasie adolescenziali che non avevano bisogno di molto di più.
Precede il film un corto di animazione 3 D sul lancio nello spazio della cagnetta sovietica e del suo corteo di animaletti (una citazione del Kubrik che mette in orbita le note di Strauss era di rigore e infatti accompagna il delizioso balletto dei topolini). Scorrono poi,a intervalli, filmati di repertorio, fino alla discesa di Armstrong sulla Luna e il contrappunto fra le immagini sfocate in bianco e nero e il colore del film, serve a tessere quel rapporto simbiotico tra reale e immaginario che sostanzia il linguaggio del cinema, facendo sì che diventi un modo retrospettivo rivelatore per capire come eravamo (e, di conseguenza, come siamo diventati).

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Canzoni che allora risuonavano da tutti i juke box sono lo sfondo sonoro del film, la rivoluzione copernicana del rock era di là da venire,in Italia.

SPRITZ IN BLACK

marzo 18th, 2010

da marzo a maggio 2010

Partirà da venerdì 19 marzo a Venezia un’iniziativa culturale e artistica assolutamente originale: “Spritz in Black“, che  propone, tra marzo e maggio, un ciclo di tre aperitivi interculturali organizzati dall’associazione Djembe. Protagonisti saranno alcuni artisti tra i più all’avanguardia nella ricerca e sperimentazione di nuovi linguaggi espressivi “afroeuropei”: il 19/20/21 marzo Dani Kouyaté, regista e attore cinematografico del Burkina Faso; il 17/18 aprile Vincent Mantsoe, ballerino afrocontemporaneo del Sud Africa; il 7/8/9 maggio Anita Daulne, fondatrice del leggendario gruppo canoro Zap Mama.
Ognuno dei tre appuntamenti prevede un aperitivo interculturale, composto da una conferenza tenuta dall’artista e/o un cineforum.
A seguire: party a base di spritz e musica black con Strifu Dj (afrobeat, funk, hip-hop). Nei weekend i più interessati potranno approfondire le tecniche espressive “afroeuropee” con gli artisti invitati attraverso i laboratori di teatro, danza e canto.
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Spritz in Black è un’originale iniziativa che mira ad avvicinare i giovani alla cultura dell’Africa Nera e all’arte meticcia unendo il lato ludico dell’aperitivo a base di spritz e dj-set con quello culturale (attraverso le conferenze e i cineforum) e artistico (con i workshop di teatro, danza e canto) nel campo della ricerca di nuovi linguaggi espressivi nati dal metissage tra Africa ed Europa.

Info e iscrizioni: Associazione Djembe, www.spritzinblack.com,  348 2590459

PROGRAMMA SPRITZ IN BLACK 2010

19-20-21 MARZO
SPRITZ IN BLACK Ospite: il regista Dani Kouyaté (Burkina Faso)

Venerdì 19 marzo ore 11.00
c/o IUAV c/o Ex Convento delle Terese – Venezia
CONFERENZA: “Raccontare la tradizione attraverso i nuovi mezzi di comunicazione”
intervengono: Dani Kouayté, Rosaria Ruffini (docente di teatro presso lo IUAV), Marco Patané (attore-musicoterapeuta)

Venerdì 19 marzo ore 18.00
c/o Magazzini del Sale – Punta della Dogana – Venezia
CINEFORUM: “Keità! l’Héritage du Griot” (= Keità! L’eredità del cantastorie africano) con introduzione del regista Dani Kouyate.
Sinossi: L’anziano Djeliba (Sotigui Kouyate) parte dal villaggio per andare in città a iniziare il giovane Mabo, suo erede nella millenaria tradizione orale africana dei Griot. Ma nella capitale l’anziano troverà un mondo in netto contrasto con i valori della tradizione.

Venerdì 19 marzo dalle ore 19.00
c/o Magazzini del Sale – Punta della Dogana – Venezia
SPRITZ IN BLACK DJ-SET: afrobeat, funk, hip-hop con Dj Strifu

Da venerdì 19 a domenica 21 marzo
c/o Centro Toçnadanza – Isola Giudecca – Sacca Fisola – Venezia
WORKSHOP DI TEATRO INTERCULTURALE: Mr. Kouyate condurrà un workshop di teatro interculturale con lo scopo di approfondire le tecniche espressive e le ritmiche corporee tipiche del teatro africano, rapportandole alle tendenze teatrali europee. Il workshop è a numero chiuso e organizzato su due gruppi di 15 persone ciascuno senza distinzione di livello (su espressa richiesta dell’insegnante). E’ vivamente consigliata la prenotazione.
Venerdì 19 marzo | 14.00-17.00 gruppo A
Sabato 20 marzo | 10.00-13.00 gruppo A | 15.00-19.30 gruppo B
Domenica 21 marzo | 10.00-13.00 gruppo A | 15.00-19.30 gruppo B

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17-18 APRILE
SPRITZ IN BLACK Ospite: il ballerino Vincent Mantsoe (Sud Africa)

Sabato 17 aprile ore 19.30
c/o Magazzini del Sale – Punta della Dogana – Venezia
CONFERENZA: Il grande ballerino del Sud Africa si racconterà in una conferenza che si preannuncia particolarmente densa di contenuti. Si parlerà del suo apprezzato e originale lavoro di ricerca nella danza, del contesto delle danze rituali, del rapporto tra corpo e spirito in danza, ma anche di cultura contemporanea in Sud Africa ed Europa e di apartheid.

Sabato 17 aprile dalle ore 20.00
c/o Magazzini del Sale – Punta della Dogana – Venezia
SPRITZ IN BLACK DJ-SET: afrobeat, funk, hip-hop con Dj Strifu

Sabato 17 e domenica 18 aprile
c/o Centro Toçnadanza – Isola Giudecca – Sacca Fisola | Venezia
WORKSHOP DI DANZA AFROCONTEMPORANEA: Vincent Mantsoe condurrà un workshop di danza afrocontemporanea. Questo workshop rappresenta un’occasione unica per i principianti (che potranno avvicinarsi alla danza afro con influenze contemporanee) e per i ballerini più esperti sia di afro che di contemporaneo (per sperimentare nuove forme di contaminazione nella danza). Per i professionisti e gli insegnanti con esperienza c’è la possibilità di partecipare alla master-class (selezione su presentazione di cv). Il workshop è a numero chiuso e organizzato su tre gruppi (principianti, intermedi/avanzati, master-class). Prenotazione obbligatoria.
Sabato 17 aprile | 10.00-12.00 Principianti | 13.00 – 15.30 Master-class | 16.00-18.00 Intermedi/avanzati
Domenica 18 aprile | 10.00-12.00 Principianti | 13.00 – 15.30 Master-class | 16.00-18.00 Intermedi/avanzati

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7-8-9 MAGGIO
SPRITZ IN BLACK Ospite: la cantante Anita Daune
Programma
Venerdì 7 maggio ore 18.00
c/o Magazzini del Sale – Punta della Dogana – Venezia
CONFERENZA: La cantante co-fondatrice dello storico gruppo Zap Mama terrà una conferenza sul nuovo genere “afropean” nato dalla miscela di musiche tradizionali di diverse etnie africane con i più noti generi europei.

Venerdì 7 maggio ore 19.00
c/o Magazzini del Sale – Punta della Dogana – Venezia
SPRITZ IN BLACK DJ-SET: afrobeat, funk, hip-hop con Dj Strifu

Sabato 8 e domenica 9 maggio
c/o Magazzini del Sale – Punta della Dogana – Venezia
WORKSHOP DI CANTO “AFROPEAN”: La cantante congo-belga, creatrice del nuovo genere “afropean”, darà lezione di canto su questo nuovo genere, nato dalla contaminazione del canto moderno con i canti tradizionali africani di etnie come Pigmei, Tuareg e Zulu. Il workshop è a numero chiuso e organizzato su due gruppi (principianti e intermedi/avanzati). E’ vivamente consigliata la prenotazione.
Sabato 8 maggio | 10.30-13.00 Principianti | 15.00-17.30 Intermedi/avanzati
Domenica 9 maggio | 10.30-13.00 Principianti | 15.00-17.30 Intermedi/avanzati

Tania Danieli

Rivista SUFISMO e QUADERNI DI POESIA E PROSA

marzo 17th, 2010

EDIZIONI CONFRATERNITA DEI SUFI JERRAHI- HALVETI IN ITALIA
Viale Piceno 18 -20129- Milano; Sito Internet in Italia: www.sufijerrahi.it codice fiscale: 97217770151


Rivista SUFISMO e QUADERNI DI POESIA E PROSA
fax: 02733882 – 02719439 e-mail: ordini@rivistasufismo.it e-mail: abbonamenti@rivistasufismo.it Sito Internet : www.rivistasufismo.it

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QUADERNI DI POESIA (in ordine di pubblicazione):

  • Aldo Strisciullo: “Poesie mistiche”, con prefazione e illustrazioni di Gabriele Mandel, Milano, 2008. ␣ 14,00!
  • Asmàh Maria Teresa Paciotti: “Cuore Eremita”, con prefazione e illustrazioni di Gabriele Mandel, Milano, 2008. ␣ 15,00!
  • Gabriele Mandel: “Coro per voce sola”, con illustrazioni di Piero Crida e Mehmed Büyükçanga, Milano, 2008. ␣ 24,00!
  • Enzo Coffani: “L’ignoto che è in noi”, illustrazioni di Cristiana Coffani, prefazione di Gabriele Mandel, Milano, 2008. ␣15,00!
  • Antologia: “Poesie mistiche e religiose contemporanee”, Milano, 2008. ␣ 25,00!
  • Morris l. Ghezzi: “Le lacrime di Hiram”, prefazione e illustrazioni di Gabriele. Mandel, Milano, 2008. ␣ 20,00!
  • Joy Russo: “Volare oltre”, prefazione e illustrazioni di Gabriele Mandel, Milano, 2008. 20,00! Stefano D␣Aloia, “Come tracciando il tempo linee a mano”, prefazione e illustrazioni di Gabriele Mandel, Milano, 2009. ␣
  • 18,00! Aldo Strisciullo: “Poesie”, illustrazioni dell␣autore, con prefazione di Gabriele Mandel, Milano, 2009. 15,00!
  • Gabriele Mandel: ”44 Haiku”, testo italiano, illustrazioni dell’autore, prefazione di Alberto Martini, supervisione del testo a fronte (in lingua giapponese) a cura di Miyuki Ikeda Milano, 2009. 20,00! Bianca Mele: “Volo e ritorno” , illustrazioni dell’autore, prefazione di Gabriele Mandel, Milano, 2010. 15,00!

QUADERNI DI PROSA (in ordine di pubblicazione):

  • F. Battiato, M. Ovadia, A. Branduardi: testi di D. Benelli, P. Branca, E. Franzini, G. Mandel, “Musica e spiritualità”, Milano, 2008. 12,00! Gabriele Mandel: “Mille aforismi per essere felici”, con sette illustrazioni di Bernardino Del Boca, prefazione di Aldo Strisciul- lo, Milano, 2008. ␣18,00!
  • Di prossima pubblicazione l’autore Andrea Riva De’ Onestis

RIVISTA SUFISMO trimestrale di cultura, arte e spiritualità

  • Anno I primo trimestre MEDICINA 6,00 ! Anno I secondo trimestre RUMì 6,00 ! Anno I terzo trimestre ALIMENTAZIONE 6,00 !
  • Anno II primo trimestre GIUSTIZIA 6,00 !
  • Anno II terzo trimestre PSICOLOGIA 6,00 ! Anno II quarto trimestre ATTI DEL CONGRESSO “LE RELIGIONI PER LA PACE” 6,00 !
  • Anno III secondo trimestre NATURA 6,00 ! Anno III terzo trimestre POESIA 6,00 ! Anno III quarto trimestre LA MINIATURA ISLAMICA 6,00 !
  • RIVISTA SUFISMO trimestrale di cultura, arte e spiritualità Programmazione pubblicazioni per il 2010:
  • Anno IV primo trimestre MATEMATICA NELL’ISLAM 6,00 ! Anno IV secondo trimestre LA GEOGRAFIA NELL’ISLAM Anno IV terzo trimestre GLI ORDINI SUFI Anno IV quarto trimestre L’ASTRONOMIA NEL MONDO ISLAMICO

Acquistando una copia della Rivista Sufismo è possibile richiedere in allegato il cd del M° Fakhrad- din Gafarov “Ghel ghel” a soli 5,00! in aggiunta al prezzo di copertina.

Ma che cosa è il Sufismo? Si potrebbe a questa domanda rispondere con una breve frase: è il misticismo dell’Islam.
Ma questa è solo una prima concisa definizione. Per cominciare a farsi una prima idea del Sufismo, può essere utile leggere quanto scrisse alcuni anni fa Sayyed Hossein Nasr, che, oltre che ad essere egli stesso un sufi, è anche uno dei maggiori islamisti del mondo e, dal 1984, è docente di Studi Islamici presso la Gorge Washington University:

«Come il respiro che anima il corpo, il sufismo ha infuso il suo spirito in tutta la struttura dell’Îslâm, sia nelle manifestazioni sociali, sia in quelle intellettuali.
Le Confraternite dei sufi hanno esercitato il loro influsso durevole e profondo su tutta la struttura della società musulmana, benché la loro funzione primaria fosse quella di custodire attraverso i tempi le discipline spirituali e renderne possibile la trasmissione da una generazione all’altra… Nel settore delle scienze e delle arti l’influsso del Sufismo fu enorme …

Nell’Îslâm la tradizione del Sufismo è strettamente connessa allo sviluppo delle scienze, ivi comprese le scienze naturali.
In quasi tutte le forme d’arte, dalla poesia all’architettura, l’influsso del Sufismo è particolarmente marcata…
Per l’Îslâm stesso la Divinità è bellezza, e per il Sufismo, che costituisce il midollo dell’Îslâm e ne contiene tutta l’essenza, questa peculiarità appare particolarmente accentuata. Non è fortuito che i testi di più elevata qualità e bellezza siano quelli scritti dai sufi… La stessa situazione è analogamente riscontrabile nel campo della musica, dell’architettura, della calligrafia, della miniatura. Molti dei principali architetti musulmani sono collegati al Sufismo tramite la simbologia e la sezione aurea; molti maestri calligrafi e molti miniatori lo furono appartenendo a una Confraternita sufica. Per ciò che riguarda la musica, è stata coltivata attraverso i secoli soprattutto dai sufi. I sufi sono stati cultori delle Arti non perché ciò costituisce uno scopo del sentiero sufi, ma perché seguire il Sufismo significa diventare più consapevoli della bellezza divina che si manifesta dovunque, e alla luce della quale i sufi, conformemente alla bellezza della propria natura e secondo le norme artistiche della tradizione, creano capolavori che riflettono la bellezza dell’Artefice Supremo».

Ogni numero della rivista si presenterà come una monografia: l’argomento di questo primo numero è costituito dalla medicina Islamica.
Gli articoli pur nella loro eterogeneità e ricchezza di contenuti, presuppongono tutti uno stesso concetto:quello di
salute come equilibrio e armonia tra corpo, psiche e spirito.

Fleur Jaeggy

marzo 14th, 2010

Fleur Jaeggy è nata a Zurigo e vive a Milano. I suoi libri, pubblicati da Adelphi, sono tradotti in 18 lingue. Il primo libro, «Il dito in bocca» esce nel 1968. Scrittrice non prolifica, brilla per il suo stile che, ebbe a dire Ingeborg Bachmann, fa nascere «dialoghi di una diabolica intelligenza e descrizioni di una semplicità disarmante».

….

  • Il dito in bocca, Adelphi, 1968
  • L’angelo custode, Adelphi, 1971
  • Le statue d’acqua, Adelphi, 1980
  • I beati anni del castigo, Adelphi, 1989
  • La paura del cielo, Adelphi, 1994
  • Proleterka, Adelphi, 2001
  • Vite Congettuali, Adelphi, 2009

….

Parlare di letteratura

Non è sempre facile per chi scrive confrontarsi col desiderio del pubblico di sapere più di quanto sta nei libri. A volte un dibattito come quello organizzato a margine del padiglione italiano e intitolato «Voci, come nasce un romanzo» può cambiare strada e arrivare, come è successo, a discutere temi estranei alle intenzioni iniziali. Un caso? O la prova che alle fonti dell’ispirazione resta sempre qualcosa d’inafferrabile? Qualcosa di cui lo stesso scrittore non è perfettamente conscio? Significativamente, alla domanda «Come nasce un romanzo?»

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Fleur Jaeggy non ha risposto parlando di letteratura, ma facendo letteratura, presentando qualche riga che aveva scritto pensando al quesito. Il pubblico è rimasto ad ascoltare colpito. D’improvviso Fleur Jaggy, che sul palco sembrava irrequieta, che ad ogni istante cercava qualcosa tra i suoi effetti, che distoglieva lo sguardo o si nascondeva la bocca con le mani si è trasformata nella lettura.

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Macchina da scrivere e sinestesie

Il breve testo della scrittrice

«scrivo spesso cose brevi, per me, non penso a pubblicarle»

parla del suo rapporto con la macchina da scrivere, la cui presenza è quasi un invito alla creazione. La macchina non è solo un mezzo, «parla» e per la scrittrice «è molto importante e centra molto con la nascita di un romanzo».

Molto attenta al ritmo, Fleur Jaeggy rilegge spesso i suoi testi ad alta voce, per appurarne la musicalità. È una scrittura misurata la sua, senza una parola di troppo,

«forse nasce da una mia vaga inclinazione all’impazienza».

Quanto sia centrale la musica per la scrittura della Jaeggy è dimostrato anche dall’emozione provata dalla scrittrice nell’ascoltare una lezione di Dietrich Fischer Discau che insegnava come interpretare dei Lieder di Schubert e Wolf.

«Mentre spiegava come bisognava interpretare la musica e le parole, io pensavo: questo è scrivere. Ero affascinata da quello che diceva».

La musica è una grande fonte d’ispirazione, è un esercizio mentale per scrivere. Lui spiegava che a volte non bisogna accompagnare la musica col movimento delle mani, non declamare, non avere enfasi… Io ero presa da questo discorso, queste sono le cose che interessano a me per scrivere». Altro elemento centrale dell’ispirazione sono i paesaggi. «A volte ci sono dei paesaggi svizzeri che mi vengono incontro, pur vivendo io da tanti anni a Milano. O anche tedeschi e austriaci.

Per finire il mio ultimo romanzo «Proleterka», sono stata mesi al nord della Germania. Era inverno, faceva freddo, c’era la neve e là il paesaggio è molto piatto, però questo gelo, questo freddo erano dei luoghi adatti a me. Andavo spesso a camminare in un bosco dove non c’era nessuno, nessuno, alberi neve e basta. Deve essere una cosa che ha a che fare con me non so bene per quale motivo».

Nelle storie inquiete di Fleur Jaeggy abitano sogni e mostri, cementati dal silenzio, in labirinti senza uscita. Questo libro prova a decifrarne simboli e percorsi. Il volume è una monografia critica di ampio respiro sugli scritti di una scrittrice contemporanea, nata a Zurigo, ma che vive da moltissimi anni in Italia. I suoi romanzi e i suoi racconti, a cominciare da “Il dito in bocca” (1968) per finire con “Proleterka” (2001), escono regolarmente per Adelphi. Rossella Lovascio ci conduce per mano attraverso le pagine più significative di queste opere, abbozzando un ritratto e un itinerario artistico che trae luce dalle stesse pagine cui attinge per ampi stralci.

Le storie inquiete e inquietanti di Fleur Jaeggy ci conducono verso la scoperta, da sempre intuita e mai verificata sino in fondo, del rifiuto decisivo di una normalità mai appagante che, pian piano, plana nella non normalità, come condizione essenziale per essere. Un sottile senso di follia lega le pagine e introduce il lettore in un labirinto da cui uscirà quando avrà la certezza che gli specchi reali sono deformati e che soltanto nel proprio io, nella solitudine cementata dal silenzio, c’è la liberazione. Felicità quindi di essere nel non essere, dormendo abbracciati a quell’ombra folle che in noi abita. …

Biografia

Dopo aver trascorso gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza in vari collegi svizzeri, negli anni sessanta si trasferisce a Roma. Qui diventa intima amica della scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann e conosce alcuni tra i maggiori scrittori dell’epoca come Thomas Bernhard. Dal 1968 vive a Milano, ed inizia la sua collaborazione con la casa editrice Adelphi. Il successo arriva con I beati anni del castigo, premio Bagutta 1990. All’attività di narratrice affianca quella di traduttrice e saggista. Traduce Marcel Schwob, Thomas de Quincey e scrive su John Keats e Robert Walser. I suoi romanzi sono tradotti in diciotto lingue. Ha scritto inoltre per il teatro: Un tram che si chiama Tallulah è stato presentato nel 1975 al Festival dei Due Mondi di Spoleto (per la regia di Giorgio Marini) e nel 1984 a Lugano al Teatro La Maschera, per la regia di Alberto Canetta. In musica, ha collaborato ai testi per Franco Battiato e Giuni Russo. Proleterka è stato scelto libro dell’anno nel 2003 dal Times Literary Supplement. Fleur Jaeggy è moglie dello scrittore ed editore Roberto Calasso, sposato a Londra nel 1968. …. Fleur Jaeggy è un’icona. In senso proprio, voglio dire che rinunciando all’illusione della spazialità, ha preferito concentrarsi tutta in superficie, cristallizzandosi in una forma ieratica e minimale, non dovuta a mano d’uomo, spiccante sul fondo oro che, allusivo e immutabile, confonde ulteriormente, avvertendo, se ce ne fosse bisogno, che sono i limiti delle figure a permetterci d’identificarle, come l’estensione di un braccio segna i confini concessi al corpo. …

E dunque, sotto la lente dell’eternità, nella scrittura della Jaeggy sfilano teorie di personaggi ed eventi ben caduchi, l’adolescenza de I beati anni del castigo, la piccola borghesia de La paura del cielo, una nekya carica di misteri depotenziati nel recente Proleterka.

Già i titoli alludono a una distorsione, a uno snaturamento, o, se vogliamo, la realtà triturata e ridotta in coriandoli dalle forbici della Jaeggy si ricompone in ossimori e adynata, e così gli anni del castigo non potranno essere che beati, secondo, forse, la prassi contemplativa indicata da Aristotele.

Le statue di un suo titolo giovanile non potranno che essere d’acqua, il principio informatore applicato contro natura a una materia che accoglie tutte le forme e tutte le dimentica. E ancora, la paura del cielo sarà soggettiva o oggettiva? Chi ha paura di chi? Noi di un cielo pronto a rovinarci addosso, o il cielo stesso perché ha in sé iscritta la propria fine, non con uno schianto, direbbe Eliot, ma con un lamento? .

E che dire dei borghesi colti nel corso d’una crociera funebre e insieme erotica a bordo di una nave battezzata con un nome da socialismo reale che più reale non si può? Come insetti catturati nell’ambra, i personaggi della Jaeggy tengono fede alla promessa dei titoli. Forse quest’onestà perversa, questo rigore legalitario che portato all’eccesso sfocia in somma ingiuria, deriva all’autrice dall’esser nata in Svizzera sullo scorcio degli anni ’30, dall’aver respirato quella centralità e medietà che soffocando i conflitti ne ritardano all’estremo la conflagrazione. Ma quando i destini si compiono, quando si appura che ogni azione è insieme colpa e castigo a se stessa, le mediazioni si polverizzano, la narrazione torna a un’immediatezza bruciante, fatta di frasi secche, di parole isolate, la conflagrazione ormai creduta impossibile avviene, inarrestabile, sanguinosa. .

Eppure, con la sua aria saggia, la Jaeggy ammicca e sfodera i suoi “te l’avevo detto”, e con ragione, ce l’aveva detto, che ogni accumulo rovesciandosi genera catastrofe, che in ogni sequenza di parole è insita una necessità una predestinazione, come in certi versi formulari, che gli esseri umani, al pari della pietra di Spinoza, sono cupidi solo di permanere nel loro stato, quand’anche sia uno stato di perenne sprofondamento. .

Ma il miracolo della Jaeggy sta ancora più in là, nel dirci cose imperdonabili con una scrittura limpida e priva di concitazione, nell’additarci quanto sia angosciosa e insieme futile la misura, quanto vi possa essere di tragico nella stessa forma della scrittura, nella parola ora ridotta a un’esalazione a fior di labbra, ora dilatata fino all’inconsistenza, resa simile a una ragnatela da pause ed ellissi.

Intervista: Fleur Jaeggy a proposito di Proleterka

di Maria Grazia Rabiolo

Fleur Jaeggy, il suo ultimo libro Proleterka è stato molto lodato dalla critica. Il suo modo di scrivere è stato definito algido da taluni, da altri malinconico. Per lei, Fleur Jaeggy, cos’è Proleterka?

Proleterka è il nome di una nave jugoslava; è la storia di una ragazzina e di suo padre. Si conoscono molto poco. Il padre è una persona fredda, distaccata. E la ragazzina si domanda i pensieri del padre dove vanno. Il viaggio di due settimane sulla nave Proleterka le offre l’occasione di conoscere meglio suo padre. Mentre vanno a visitare vari luoghi della Grecia, e lei osserva il padre, c’è qualcosa d’altro che la interessa moltissimo. La protagonista del libro (che non ha nome) scopre la vita. Ma nel libro, avvolta come da ombre, da fantasmi, c’è la storia di una famiglia. Una famiglia la cui vicenda inizia in un luogo in cui si parla tedesco. L’italiano è la mia lingua materna, ma il tedesco è una lingua che mi è molto vicina, essendo nata a Zurigo. Per me, il tedesco è una sorta di lingua dei morti, una lingua che mi segue. Alcuni personaggi del mio libro parlano allora tedesco, in un luogo non nominato, in cui sorgeva la fabbrica di tessuti che ha fatto la fortuna della famiglia in questione.

Questa famiglia, poi, però, conosce il disastro economico, e una serie di malattie, di lutti. E’ una famiglia segnata dal destino, raccontata attraverso la vicenda di questa sedicenne che, viaggiando col padre, riscopre proprio il passato familiare.

Sembra che le ombre, gli spettri, avvolgano di nuovo la sua vita, la vita che questa ragazzina incomincia. Potrebbero farla soccombere. Ma lei non soccombe affatto. Continua a vivere. A raccontare le storie della sua famiglia. La storia, ad esempio, del gemello di suo padre, colpito dalla malattia del sonno. E lei ha l’impressione che questo gemello li stia seguendo nel corso del loro viaggio.

E c’è poi anche un fratello della ragazzina…

Sino quasi alla fine del libro, la ragazzina sente la presenza di un altro essere, che forse sta vivendo in vece sua. E nell’ultima parte del libro, nelle ultime pagine, c’è un finale a sorpresa, in cui la protagonista scopre cose che non aveva mai saputo.

… cose che non sapeva e che la fanno crescere. Possiamo dire che questo è un romanzo di iniziazione?

E’ assolutamente un romanzo di iniziazione. Mi è molto difficile parlare dei miei libri e non so bene il motivo. Vorrei scusarmi. Mi è sempre molto difficile. Soprattutto quando un libro è appena uscito: fino all’ultimo stavo lavorando ancora sulle bozze…

Il suo stile, Fleur Jaeggy, è assolutamente particolare e personale. Frasi brevi, paratattiche, grande intensità del risultato. Come lavora?

Questo libro l’ho iniziato vari anni fa, in parallelo ad altri testi. Quando finisco di scrivere qualche pagina, poi leggo ad alta voce quello che ho scritto. Se c’è qualcosa che non va, me ne accorgo subito, perché leggo il testo come se fosse stato scritto da un’altra persona. Il ritmo, la musicalità, sono per me importantissimi. E mi accorgo subito, leggendo ad alta voce, se ci sono pause o ritmi che non funzionano. Malgrado questi “esercizi” che compio sul mio testo, sino all’ultimo non sono convinta del risultato. Su questo libro ho continuato a lavorare fino all’ultimo. E non ne ero convinta. Ora però che è uscito dalla mia casa, non ci penso più, non lo guardo più e in un certo senso, quasi non vorrei neppure più saperne.

“La fine è il mio inizio” diventa un film

marzo 6th, 2010

Si sta girando in Toscana ”La fine è il mio inizio”, film che racconta la storia del giornalista e scrittore Tiziano Terzani (interpretato da Bruno Ganz), prodotta dalla Collina Filmproduktion di Monaco di Baviera.

Tratta dall’omonimo e postumo libro in cui Terzani – ormai malato terminale – dialoga con suo figlio Folco (Elio Germano), la pellicola è diretta da Jo Baier e vede nel cast anche Erika Pluhar, Andrea Osvart e Gianni Gavina.

Le riflessioni di tutta una vita, condivise tra Tiziano Terzani e suo figlio Folco: Pistoia, Pracchia e Orsigna hanno ospitato i set, che ripropongono fedelmente i luoghi degli ultimi periodi della vita di Terzani.

“Il Comune di Pistoia – osserva il sindaco Renzo Berti – ha sposato sin da subito il progetto. E’ un tributo dovuto ad un grande personaggio pistoiese, che ha vissuto, in una sola occasione, tante vite. Siamo molto orgogliosi di poter trasmettere al mondo un patrimonio di cultura ed umanità quale l’esperienza di Terzani, che al meglio si apprezza proprio nelle ultime fasi della sua esistenza. Condensate nell’opera “la Fine è il mio inizio” ci sono tutte le tematiche, gli interrogativi, le sensazioni che Terzani ha voluto condividere con il figlio e, indirettamente, con tutti noi. Sono molto curioso di poter apprezzare il risultato finale, che, data la profondità del testo, la professionalità del cast e la bellezza delle location, non potrà che essere eccezionale”.

Il film, secondo le previsioni, potrebbe essere nelle sale già nell’autunno 2010. “C’è un valore aggiunto, che ci motiva fortemente, nella stretta collaborazione tra Toscana Film Commission e la produzione – dice Ugo di Tullio presidente TFC – e deriva dal fatto che siamo in presenza di un film che narra la storia di un uomo che ha messo al centro della sua vita valori, emozioni, cultura, proprie della nostra terra, fino al punto da entrarci in simbiosi scegliendo di venire a vivere qui. Una simbiosi che ha contaminato produttori e registi che – invece di ricorrere alle facili ricostruzioni come spesso accade nel cinema – hanno scelto di parlare di Terzani nei luoghi di Terzani”.

Quando Terzani si rende conto di essere giunto alla fine del proprio percorso esistenziale, decide di raccontare a suo figlio Folco, che ha 35 anni, la storia della sua vita, le sue esperienze spirituali e come si stia preparando ad affrontare la morte.

La sceneggiatura è stata scritta da Folco Terzani e dal produttore Ulrich Limmer.
L’uscita del film è prevista per l’autunno 2010.
…..
di Mara Amorevoli

Bruno Ganz sarà Tiziano Terzani. E Elio Germano, suo figlio Folco. Saranno loro i protagonisti principali del film tratto dal libro «La fine è il mio inizio», ad affrontare il dialogo serrato tra padre e figlio nella biografia postuma in cui lo scrittore e giornalista fiorentino, morto il 28 luglio del 2004, ha raccontato la storia della sua vita e la lunga ricerca di verità e di senso che lo hanno visto impegnato come reporter per 30 anni in Asia e infine, ammalato di cancro, chiudere le tappe del suo inteso cammino di passioni, esperienze e riflessioni nel piccolo paese di Orsigna sulle montagne pistoiesi, accanto alla moglie Angela, ai figli Saskia e Folco.

Due attori famosi presto sul set in Toscana: Bruno Ganz protagonista consacrato da molti film di Wim Wenders, oltre che in Italia da “Pane e tulipani» di Silvio Soldini, e il giovane Elio Germano, diretto da Virzì in “Tutta la vita davanti” e da Gabriele Salvatores in “Come Dio comanda” scelti dal regista tedesco Jo Baier.

«Le riprese in Toscana partiranno a inizio autunno», queste le poche indiscrezioni comunicate dalla produzione tedesca, che pare stia stringendo contatti con l´attrice Stefania Sandrelli per affidarle il ruolo di Angela Terzani. Del regista Jo Baier, si sa che ha appena finito di girare “Enrico IV”, dal libro di Heinrich Mann, fratello di Thomas Mann, in coproduzione con i francesi e con attori francesi, a quanto pare uno dei film europei più costosi degli ultimi tempi. A produrre il film sarà Collina filmproduction di Monaco di Baviera, in collaborazione con Beta Film. Firmano la sceneggiatura e l´adattamento del libro Ulrich Limmer e lo stesso figlio di Terzani, Folco che ha raccolto ne «La fine è il mio inizio» la biografia-testimonianza del padre, pubblicata da Longanesi nel 2006.

Di certo la troupe tedesca sarà presto impegnata a ricostruire il set sullo sfondo delle quinte verdi di castagni delle montagne dell´Appennino tosco-emiliano, se non proprio a Orsigna, nel paese rifugio in cui Tiziano Terzani si era ritirato, nella gompa tibetana che si era costruito e dipinto da solo, immersa nel silenzio della natura, ormai lontano dall´India, e dall´altro rifugio scelto sull´Himalaya in cui aveva affidato al suo ultimo libro «Un altro giro di giostra» la storia dei sette anni di cure in giro per il mondo, a cercare di curare «la malattia della mortalità».

Chissà se ci dovremo aspettare la metamorfosi di Bruno Ganz, calato nell´immagine di Tiziano Terzani con capelli e barba bianchi come Tolstoj, e di Elio Germano, uno dei giovani attori più simpatici e acclamati dal nuovo cinema italiano, che interpreta il figlio Folco, tornato dall´America invitato dal padre a Orsigna, quando ormai sereno aveva accettato di lasciarsi andare alla prova estrema come un filo d´erba o un fiore sfiorito.

Terzani gli aveva scritto:

«E se io e te ci vedessimo ogni giorno per un´ora e tu mi chiedessi le cose che hai sempre voluto chiedermi e io parlassi a ruota libera di tutto quello che mi sta a cuore, dalla storia della mia famiglia a quelle del grande viaggio delle vita?».
Questo l´incipit del libro e forse del film, che vedrà snodarsi giornate di lunghi racconti e incontri, il dialogare ora divertito, ora intimo e segnato dalla sofferenza del corpo di Terzani che di giorno in giorno gli toglie forze e respiro. Un viaggio a ritroso registrato dal figlio, mentre il tempo di Terzani si dilata in memoria, nei luoghi familiari di Monticelli dove era nato a Firenze, amore per lo studio, incontro con la moglie Angela, fuga e viaggio tra i tanti paesi che il giornalista e scrittore ha percorso in libri e reportage, documentando la storia, le guerre e gli eventi di Vietnam, Cina, Giappone, Cambogia e India. Parole e gesti che stringono una nuova complicità tra un padre e un figlio, fino alla cerimonia degli addii, a quella fine che lui gli affida come nuovo inizio.
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L’unica rivoluzione possibile e’ quella interiore

Una simpatica intervista a Tiziano Terzani che risale al 2002.
Colpisce la naturalezza e la semplicità di questo straordinario uomo, il suo grande amore per la vita e la natura. Le sue parole incoraggiano a guardare la vita con più umiltà.

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Fu con Socrate che l’indagine del Mondo cominciò a diventare introflessa. Il “conosci te stesso” è un monito che è stato interpretato variamente, di non agevole comprensione, un’esortazione che suscitò tante ma spesso superficiali incondizionate adesioni e pure un irritato commento di Albert Camus. Egli si chiede se sia possibile la conoscenza, vera e profonda. La sua risposta è senz’altro negativa. “Il conosci te stesso di Socrate ha il medesimo valore del sii virtuoso dei nostri confessionali: allo stesso tempo che una nostalgia rivela anche un’ignoranza”. Camus cita anche il filosofo tedesco Jaspers: “Questa limitazione mi conduce a me stesso, là dove non mi ritraggo più dietro un punto di vista obiettivo che riesco soltanto a rappresentare, là dove né io stesso né l’esistenza altrui possono ormai divenire un oggetto per me”.
Conoscere sé stessi può significare riscoprire una natura sub-lime, dove tale sub-limità è duplice, celestiale ed infera. Sub limen, sotto la soglia della coscienza, vedremo baluginare una luce divina, primigenia, ma tra le ombre divoranti della notte più nera. Sarebbe improvvido ignorare il male che alberga nell’uomo, forse anche come influsso di agenti esterni (Basilide docet) e pensare che il percorso verso noi stessi sia una strada diritta, piana ed ombreggiata da alberi frondosi e verdeggianti.

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Edipo conobbe sé stesso, l’uomo che veramente era: sarebbe stato meglio per lui ignorare! D’altronde il 666 è numero d’uomo.

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Chi dunque ha il coraggio per affrontare questa avventura che certamente lo condurrà verso dimensioni dove l’Anima si espande, ricongiungendosi al Principio, dove il silenzio interiore diventa melodia, dovrebbe sapere che lo attende al varco il Guardiano della soglia. Si armi dunque di una spada per intraprendere un cammino emozionante, ma irto di ostacoli. La meta è la Vita, misterioso affioramento dalla misteriosa energia. Ne vale senz’altro la pena, ma non so quanto giovino a tale conseguimento artifici, tecniche, metodi. Ognuno scelga la via che sente più confacente alla sua natura, puntando sulla qualità. E’ più giovevole un minuto intenso di ascolto dell’Essere che un corso di mille ore per apprendere tecniche di meditazione.
Certamente è imperativo tener desta la coscienza per evitare che il bombardamento mediatico, elettromagnetico, (siamo, in parte, esseri elettromagnetici), sottile etc. distrugga l’identità di ognuno di noi. In questo caso alcune tecniche saranno utili, ma sempre ancorate all’amore per la verità che è il rimedio per eccellenza.

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Inoltre, sebbene non sia facile coniugare la prassi con il ritorno a sé stessi, anzi col tentativo di trascendimento della propria natura caduca per riscoprire una sintonia con l’essere atemporale ed aspaziale, non credo si possano trascurare né l’azione né l’informazione.
A mio parere, quindi coglie nel segno Francesco Lamendola, quando, nell’articolo intitolato Il paese della felicità è un luogo dove il male non esiste?, chiosa: “Nella nostra attuale condizione, non ci viene domandato di cancellare il male dal mondo, ma di combatterlo per quanto possibile e, per quanto eccede le nostre forze, di accettarlo e trasformarlo in qualche cosa di diverso, che ci purifichi da una parte delle nostre imperfezioni e ci renda un poco migliori”.
Il male dunque (naturale, morale, ontologico) è imprescindibile: anche la conoscenza di noi stessi potrà riservarci qualche brutta sorpresa.

tiziano terzani

tiziano terzani

Festival de Fès de la Culture Soufie

febbraio 20th, 2010

www.festivalculturesoufie.com

Réservez vos dates Du 17 au 24 avril 2010

4e édition du Festival de Fès de la Culture Soufie et,

Forum de Fès : « Une âme pour la mondialisation »

La quatrième édition du Festival de Fès de la Culture Soufie et le Forum : « Une âme pour la mondialisation » auront lieu du 17 au 24 avril 2010 dans le Palais Batha, Riads et Jardins andalous de Fès. Des thèmes tels que « Mystique et Poésie » ou « Les biens communs de notre humanité » seront déclinés sous forme d’échanges d’idées, d’expressions poétiques, artistiques et musicales. Cette année la poésie sera notre invitée d’honneur. Nous comptons sur elle pour élargir le champ de notre conscience et de notre pensée et une autre vision de la société où l’alliance entre projet politique et quête de beauté pourrait initier (pour paraphraser la fameuse formule d’Edgar Morin dont nous nous réjouissons cette année encore de la présence parmi nous) une « Poétique de Civilisation ».

Book the dates: from the 17th to the 24th April 2010

for the 4th edition of the Fez Festival of Sufi Culture and

the Fez Forum “Giving a Soul to Globalisation”.

The 4th edition of this Festival will take place in Dar Batha, Riads and Andalous Gardens in Fez. “Mystic and Poetry” and a reflection on “the common goods of humanity” will be the topics of this next edition. Exchanges of ideas, self-expression through poetry, music and arts will be their frames. This year poetry will be honoured. We rely on it to enlarge our conscience, our thoughts and help us to have another view of society. A society in which a combination of political scheme and search for beauty could give birth and inspire practical achievements: Poetics of civilization (as would call it Edgar Morin who we are so happy to welcome again this year)