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Gabriele Mandel

luglio 3rd, 2010

era nato a Bologna nel 1924

L’addio a Gabriele Mandel,

intellettuale sufi e artista

Foto di Paola Baldari

Gabriele Mandel khân: Lettera agli amici.

Voi tutti sapete oramai che non sono in salute, che la via alla guarigione è lunga e difficile.
Ne sono felice.
Perché ero giunto ad un momento della mia evoluzione in cui non progredivo più, in cui nulla mi soddisfaceva e non avevo più voglia di fare, quasi che la fonte dell’ispirazione che alimentò per oltre sessantanni la mia vita si fosse esaurita.
Ed ecco: questa situazione invece mi insegna molto, l’evoluzione ha ripreso forza, imparo ancora. Ho abbandonato ancor più alcuni concetti illusori, ho ridimensionato i valori, ho iniziato a far ordine fra le mie troppe scartoffie e a liberarmi da quelle inutili, buttandole via.
Tutto il tempo che trascorriamo nelle vicende materiali, nell’Aldilà sarà vanificato; tutto il tempo che nel mondo fenomenico dedichiamo sinceramente a Dio, nell’Aldilà sarà per noi una testimonianza favorevole.
Che bella evoluzione, Dio, che bel vigore, che bel dono mi hai fatto! Grazie.
Gabriele

……………..

Caro Professore la saluto con tutto il cuore ringraziandola per l’aiuto che mi ha dato, per l’insegnamento che mi ha concesso, per il risveglio nella vita.

Ora tocca a me proseguire, so che non sarò solo nell’avvenutra.

Proseguo il cammino, é quello che mi viene chiesto. Questo é il mio destino.

Grazie ancora caro Professore.

Allah Hu!

.

….

MILANO - L’intellettuale sufi Gabriele Mandel è morto il 1° luglio a Milano dopo una lunga malattia. Venerdì pomeriggio i Sufi di Milano si sono ritrovati nella moschea di via Padova per la «preghiera di saluto» all’italiano che ha portato nel nostro Paese la Confraternita dei Sufi Jerrahi-Halveti, una delle più diffuse in Turchia. A Milano i sufi si ritrovano nella tekkè (sala di preghiera) di viale Piceno.

Nato a Bologna nel 1924, di discendenza turco-afghana, era molto conosciuto per la sua opera di scrittore, critico e artista. Intellettuale poliedrico, è stato docente universitario, scrittore, pittore, psicologo, archeologo e musicista. Commendatore della Repubblica per i suoi meriti nel campo della cultura e dell’arte, fu insignito della Targa d’oro e Ambrogino d’oro del Comune di Milano. Come pittore, incisore e ceramista ha esposto in numerosi Musei ed Enti Pubblici (dalla Biennale di Venezia al Museo d’Arte Moderna di Parigi, di Liegi, Galliera di Parigi, eccetera) e ha tenuto 156 mostre personali in Musei e Istituti pubblici a San Paolo del Brasile, Tokyo, Nuova Delhi, Ankara, Konya, Amman, Samarcanda, Istanbul, e a Milano al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica «Leonardo da Vinci», al Museo di Milano, al Centro San Fedele, nella Basilica di Sant’Ambrogio e in molte altre sedi.

Ha pubblicato 184 libri con varie case editrici (Mondadori, Rizzoli, Franco Maria Ricci, SugarCo, Longanesi, Rusconi, Edizioni San Paolo e altre). Quattro suoi testi sono stati tradotti in quattordici lingue; molti in sei lingue. Il funerale si è svolto venerdì mattina in forma privata e la salma è stata sepolta nel cimitero di Bruzzano.

…..

Lettera per Gabriele Mandel

di Dania Lupi

Maestro amato. Amato Maestro.
A te le rose,
tutte le rose del giardino terrestre
e ora tutte le rose di ogni sfera e sole.
Abitati dall’uno
tu continui in noi
ad essere occhi luminosi e chiari,
insegnamento, sorriso e, sempre,
sempre Amore.
Grazie per l’accoglienza,
la parola, l’abbraccio.
Il mio cuore sente e sentirà
il tuo flauto cantare,
sente e sentirà la tua benedizione
che umilmente chiama la mia
a te per ora e nel tempo
nei luoghi infiniti dove tu ora canti.
Dice un poeta:
Quando una forma
è stata usata
è bene che venga lasciata …
Ci sarà un’altra forma
ci sarà un altro inizio …
E restiamo gioiosi.

Buon Inizio Maestro
e grazie per avermi sempre
salutato con:
“Ecco la poetessa delle rose …”
La mia poesia, le mie rose,
sono il mio saluto più caro a te.
Oh amato Maestro,
atomo di pura luce.
Grazie per aver camminato
su questa terra
con la forza, la ricchezza
del più maestoso albero forte
e verdeggiante.
Grazie per avere,
nello stesso tempo,
sussurrato così soavemente
la Poesia
e aver accolto l’arte tutta
nella creatività e nella conoscenza
come tue amate sorelle.
Ci hai toccato il petto,
l’anima e la testa.
Grazie di esistere e …
Non più gli stessi
dopo averti incontrato.
Con amore

Dania

……..

Domanda

Quali sono state le tappe fondamentali e quali gli incontri che l’hanno segnata più profondamente nella sua vita di sufi?
Mio padre, Yusuf Roberto Mandel, era un sufi. Pubblicò il primo poema sufico in Italia (1938): Il Cantico dei cieli. Era docente universitario di Fisica (Padova e Parigi), oratore all’Università della Radio Nazionale Francese; è sepolto nel Famedio (il Cimitero degli uomini illustri) di Napoli e il suo monumento è fra quello a Benedetto Croce e quello a Vincenzo Gemito. Come scrittore pubblicò 124 libri in varie lingue.
Poi lo zio di mio padre, in Afghànistàn, capo per l’Afghànistàn e per l’Iràn dei Sufi Naqshibendy Mugiaddidit. Poi Muzaffer Ozaq a Istànbul, capo dei Jerrahi. Anche Si Hamza Boubakeur, che mi formò al punto che in Turchia ebbi una Laurea Honoris Causa in Scienze islamiche dalla più importante Università statale, quella di Konya. Poi l’incontro con i grandi Maestri sufi dell’antichità, in particolare Jalâl âlDîn Rûmî (1207-1273) di cui ho appena terminato di tradurre dal pharsì (o persiano) il vasto poema Mathnawî, il più importante poema mistico al mondo. Ma soprattutto due incontri con il Khidr (in turco Kizr: il profeta Elia), la settimana prima di entrare nella Jerrahiyya e la settimana prima di essere nominato Vicario generale per l’Italia. Il primo incontro ai confini tra Turchia e Siria, in compagnia della mia famiglia; ed il secondo a Konya, in compagnia di alcuni miei sufi.
Ma fu importante anche trovare nel cimitero di Üsküdar (Istanbul), quarant’anni or sono, le tre tombe dei miei antenati che, venuti dall’Afghanistàn, dal 1700 al 1730 ivi erano sufi. Alla loro scoperta mi ci condusse un cane che aveva le sembianze di mio padre appena morto.  Come vede ognuno ha la propria forma di follia e se la gestisce come meglio crede. Appunto per questo sono un  reputato medico-psicoanalista: proprio per capire bene ciò che è reale, ciò che è Realtà, e ciò che è illusione. E in definitiva tutto è illusione, tranne Dio. Per questo ho scelto come amico Dio.

…..

di Marina Spitilli

Incontro con il maestro Gabriele Mandel Khan
“Da un ammasso di galassie lontano duecentocinquanta milioni di anni luce ci arriva una nota: un sibemolle continuo, un milione di miliardi di volte piu’ basso dei suoni più bassi che l‘ orecchio umano può percepire. La materia è vibrazione. Le vie della fisica quantica, del misticismo e di certi allucinogeni si stanno unendo”
Questo è quanto afferma il Prof. Mandel nella sua, sia pur breve, ma efficace apparizione nel film di Franco Battiato “Musikanten” dove, nella parte di se stesso, ci espone un concetto a dir poco sconvolgente (almeno agli occhi dei più), senza batter ciglio. A gamba tesa entra nel mondo della speculazione filosofica più acuta poiché da scienziato, mistico e artista quale egli è, nulla gli pare disgiunto nell’uomo, figuriamoci in un Sufi…

Mi permetta una domanda retorica…: come mai lei conosce così profondamente i temi di questa filosofia?
“Mio padre era un sufi; lo zio di mio padre, Yusuf Kashgari Hetimandel Khanì era il capo dei sufi naqshibendi in Afghànistàn e Iràn. Conobbi quindi il sufismo sin da giovane. Il sufismo non è una filosofia: ha anche una consapevolezza filosofica, ma è in effetti la Via mistica dell’Islàm, ed era naturale che la seguissi anche io”.
Prof. Mandel, anche l’arte e la spiritualità sappiamo essere da sempre avviate in un cammino interminabile, come sappiamo probabilmente interminabile le sarà sembrato il lavoro di traduzione dal persiano all’italiano di un poema mistico di cinquantamila versi, una delle sue ultime fatiche. Cos’è dunque il Mathnawì?
“Il poema scritto da Jalâl âlDîn Rûmî (1207-1273); è il più importante poema mistico di tutta l’umanità: cinquantamila versi, due volte la Divina Commedia. Nei paesi islamici esso è detto anche: “il Corano in versi”. Non va dimenticato che l’UNESCO ha definito il 2007 “l’anno mondiale di Rùmì”.
Quando ha conosciuto il poema di Rumì?
“Da bambino mio padre e io andavamo a trovare il mio padrino del nome, il poeta Gabriele d’Annunzio (cui debbo appunto il nome). Allora mio padre, poeta e scrittore pur esso, sufi naqshibendi, autore del primo poema sufi pubblicato in Italia (Il cantico dei cieli, 1939), leggeva ogni tanto a D’Annunzio qualche passo di questo poema, traducendolo dal persiano. Così ascoltavo anche io. D’altronde molti motti di D’Annunzio sono frasi persiane tradottegli da mio padre («non è mai tardi per andar più oltre»)”.

E’ giusto definire il Mathnawì come un’opera spirituale ed in che modo esso accomuna la cultura persiana, turca e araba?
“Il Mathnawì rispecchia il misticismo dei sufi. Rùmì fu appunto una grande Maestro sufi; egli fondò la Confraternita sufi (o dervisci, o faquir, a seconda delle lingue) dei Mevlevi, detti in Occidente “dervisci roteanti”. Ai suoi tempi nel vasto mondo islamico si parlavano correntemente tre lingue: l’arabo per gli affari religiosi, il persiano (farsì) per gli affari d’arte; il turco per gli affari di stato. Arte, Fede e Civismo sono appunto le pulsioni di terzo livello precipue della psiche umana. La cultura islamica è precipuamente sincretista, soprattutto da quando la definirono e la strutturarono le genti turche, le quali (pensiamo alla Via della Seta da loro fondata e gestita lungo i secoli) ponevano a contatto varie civiltà d’Oriente d’Occidente e da ciascuna traevano il meglio sincretizzandolo”.
Nell’affrontare il notevole impegno della traduzione del M., insieme alla Signora Nùr Carla Cerati Mandel, lei avrà sicuramente ripercorso e sostato sui passi che sono più rappresentativi, diciamo il cuore del poema in questione, ce ne può parlare?
“Goethe, presentando nel 1819 il suo West-östlicher Divan, scrisse: «Mi sono ispirato al poeta mistico più profondo e sensibile di tutta l’umanità». Con queste parole citava Jalâl âlDîn Rûmî (1207-1273), detto “il san Francesco dell’Islâm” e “il Dante Alighieri della gente turca. Il suo grande poema, il Mathnawî (50.000 versi, due volte la Divina Commedia), le cui pagine profumano tutte d’un grande afflato di pace e di serenità, ha ispirato lungo il corso dei secoli molti e molti eminenti poeti musulmani, ed è ancor oggi oggetto di studio nelle università orientali.
Alcune novelle narrate nel Mathnawì si ritrovano cento anni dopo in Boccaccio (la novella del pero, ad esempio) e nel Héptaméron di Margherita di Navarra (XVI° secolo). I numerosi contenuti del poema, in cui fiabe, novelle, parabole si alternano a testi sapienziali e a saggi consigli, raggiungono spesso un alto grado di insegnamento religioso e mistico, con quelle caratteristiche che contraddistinguono, nell’Îslâm, i sufi: rispetto per tutte le religioni e tutte le ideologie, rispetto per l’essere umano e per la natura tutta, amore per la Pace, amore per lo studio, corretta educazione del sé; valori proclamati e del pari vissuti, che hanno permesso ai sufi di essere i più alti rappresentanti delle arti, delle scienze e dei valori etici in tutto il mondo islamico. Per queste varie ragioni il Mathnawî si presta a soddisfare sia il lettore di semplici novellette gustose o di gesta storiche a volte ammantate di mistero, sia l’assetato di Dio, colui che cerca una pace interiore, colui che ha volontà d’una elevazione spirituale o più semplicemente di compiere un cammino evolutivo d’ordine psicologico che rafforzi e confermi i suoi valori intimi individuali”.
A questo punto vorrei che ci raccontasse con più precisione perché l’Arte è così vicina al Sufismo e viceversa, dunque cos’è il Sufismo?
“Secondo Si Hamza Boubakeur (che fu rettore dell’Università islamica di Parigi, rettore della Moschea di Parigi, discendente diretto del primo “califfo ben diretto” Âbû Bakr, nonché mio venerato e compianto maestro) «il Sufismo in se stesso non è né una Scuola teologico-giuridica, né uno scisma, né una setta, anche se si pone di sopra da ogni obbedienza. E’ innanzi tutto un metodo islamico di perfezionamento interiore, d’equilibrio, una fonte di fervore profondamente vissuto e gradualmente ascendente. Lungi dall’essere una innovazione o una via divergente parallela alle pratiche canoniche, è anzitutto una marcia risoluta d’una categoria di anime privilegiate, prese, assetate di Dio mosse dalla scossa della Sua grazia per vivere solo per Lui e grazie a Lui nel quadro della Sua legge meditata, interiorizzata, sperimentata». Sempre secondo Si Hamza Boubakeur, «le componenti della dottrina sufi sono l’amore totale per DIO; la gnosi che superando la conoscenza intellettuale imperfetta e incompleta unisce direttamente il sufi al divino, da cui la certezza della Sua esistenza e dell’impossibilità di capirLo con le sole forze umane; il raggiungimento della conoscenza intuitiva; l’ascesa mistica attraverso una serie di stati e di stazioni, integrati dalla rammemorazione (dhikr) e dall’estasi.» Dunque, le Confraternite dei Sufi sono comunità ben organizzate, che si sono sgranate lungo il corso dei secoli. Punta di diamante dell’Îslâm, dal momento che l’Îslâm non si presenta come un blocco monolitico ma ha varie coloriture, varie sfaccettature e varie istanze a seconda dei luoghi geografici e delle diversificazioni storico-sociali, anche il Sufismo ha vari aspetti. Si può dire che la sua vera origine è situabile nell’Asia turco-iraniana; che per ragioni storiche ha riassunto e inglobato insegnamenti esoterici buddhisti, indù, classico-egizi e cristiani pur scaturendo da una matrice sciamanica non mai sopita; mentre in certe zone dell’Arabia e del Nordafrica – soprattutto nei due ultimi secoli – è andato poi anche degenerando in aspetti folcloristico-popolari. Uno dei detti del nostro Profeta che i sufi più amano è questo: «Certo, Dio è bello e ama la bellezza.» L’Arte ingloba in sé i gradi di ascesa della nostra Via mistica (sette), li rappresenta, li esemplifica e fornisce l’istruzione necessaria per l’evoluzione spirituale dell’individuo. Ecco perché lungo il corso dei secoli i maggiori artisti dell’Islam furono sufi, e appunto uno dei maggiori poeti dell’Islàm fu Rùmì. E la forma d’arte più spirituale e simbolica è per noi la musica sacra, grazie alla quale raggiungiamo stati estatici durante i nostri riti, i Dhikr”.
Cos’è il Semà e che cosa rappresenta per il fedele, può essere raggiunto da qualsiasi uomo se solo lo volesse oppure è riservato a pochi eletti?
Il Semà è appunto il dhikr specifico della Confraternita sufi fondata da Rùmì. Agito esclusivamente da uomini, vestiti esclusivamente di bianco mentre danzano, è composto da danzatori, musicisti e cantanti. I danzatori roteando raggiungono lo stato estatico, e raccolgono con la mano destra le grazie elargite da Dio spargendole a tutti gli astanti con la mano sinistra. In Occidente ci sono varie imitazioni di questa “danza mistica”: falsi sufi, neanche musulmani, e adepti di scuole New Age che si pretendono depositari della Verità (una Verità che non conoscono, tuttavia); e altri ancora che scimmiottano il Semà, chiamano le loro buffonate “danze sacre”, e non si rendono neanche conto di quanto sono ridicoli e guitti. Ne sono venuti anche a Verona”.
Ritornando al Mathnawì, è vero che è diventato un best-seller in America ? se lo sarà anche in Europa, quale potrà essere la sua funzione in occidente?
“In Europa è già noto da tempo, come ha visto prima allorché ho citato Boccaccio, Margherita di Navarra, Goethe. La prima versione completa in lingua inglese (Nicholson) ha cento anni. E’ seguita la versione in francese della mia stimatissima amica Eva de Vitray Meyerovic’, sufi mevlevi. Ora mia moglie e io lo abbiamo tradotto in italiano (sei volumi, Edizioni Bompiani) direttamente dal manoscritto più antico, conservato nella Mevleviyya di Konya. Dopo di che l’ho tradotto in giapponese, e l’edizione in questa lingua uscirà a Konya (Turchia) il prossimo mese”.
Planiamo ora su di un terreno più squisitamente materiale. Vorrei farle una domanda, solo apparentemente più distante dal senso del discorso che stiamo percorrendo: le sue profonde conoscenze culturali e religiose, come la pongono in relazione a “potere e compassione” nella società degli uomini? Un binomio che mi sembra sia sempre più spesso “velato” ma che oggi, nelle nostre società estreme, occidentale e orientale, rappresenta più che mai un nodo focale e perciò andrebbe “svelato”.
“L’essere umano è spiritualità e materia, contingenza nell’immediato transitorio e vita eterna, mescolati nella vita terrena per il fatto che l’essere umano si compone di quattro parti strettamente connesse e sinergiche: una spirituale, due materiali e una globale. Spirituale: l’anima (goccia di quell’Oceano infinito che è Dio, al quale Oceano tende, ed al quale Oceano torna). Le due parti materiali sono: il corpo (con il suo SNC e quindi con le sue apoproteine che a volte ne stabiliscono gli atti) e la psiche. La psiche è come un ponte che collega anima e corpo, permettendo all’anima di manifestarsi nella materia e alla nostra materia di percepire vette spirituali. Se questo ponte è stretto, ingombro, pericolante, o addirittura crollato, la intercomunicazione sarà difficile, o addirittura nulla. La parte globale è l’ambiente che circonda l’essere umano, e che pur esso influisce e interferisce sul suo essere e sul suo operato. L’essere umano trova certezza del suo essere nel mondo con: materia, azione, sentimenti. La materia del nostro corpo è senz’altro avvertibile; l’azione compiuta ci assicura del pari della nostra esistenza (addirittura sappiamo, di fronte ad una azione compiuta – ad esempio un dipinto, la Gioconda – che esistette un Leonardo anche se il suo corpo non sussiste più); più difficile capire i sentimenti e dimostrarli: ad esempio non si può materialmente mostrare l’amore per un’altra persona, e anche le azioni che vogliono dimostrarlo possono essere ipocritamente false. L’arte ci fa capire l’esistenza dei sentimenti, e ci fa conoscere nell’opera di un artista l’espressione di un suo sentimento che a volte noi stessi proviamo. Ecco perché preferiamo un artista ad un altro, ed una forma d’arte piuttosto che un’altra: è l’omologia del linguaggio.
L’essere umano poi ha pulsioni: di primo, secondo e terzo livello. Primo livello: respirare, bere, mangiare, guardarsi intorno, pensare; servono per la sopravvivenza del corpo. Secondo livello: pulsione sessuale; serve per la sopravvivenza della specie. Pulsioni del terzo livello: si possono simbolizzare con i termini Arte, Fede, Civismo, e servono per la sopravvivenza della psiche.
Ogni essere umano ha le pulsioni alla Fede, all’Arte, al Civismo. Poi l’ambiente (la quarta parte del suo essere) glie ne coordina le espressioni. Arte, Fede e Civismo sono assoluti, ed è nell’assoluto che troviamo lo specchio dell’anima; ma nell’azione pratica tali assoluti debbono essere parcellizzati o burocratizzati. Così la Fede si parcellizza, ad esempio, nella religione cristiana o in quella musulmana o in quella buddhista, o in altre; l’Arte si parcellizza nell’arte gotica o in quella barocca, o in quella surrealista, e così via; il Civismo si manifesta ad esempio nei codici giustinianei, in quelli napoleonici, ed altro ancora. Un grande specchio, frantumato in miriadi di frammenti, in cui del pari ci si specchia; ma sono frammenti. L’arte è quindi chiamata ad esprimere sentimenti e pulsioni, ed è per questo che l’arte è la sola azione dell’umanità in grado di esprimere in forma visibile l’Invisibile..”.
Sono ormai trascorsi molti anni da quando lei è approdato in Italia con la sua famiglia, ma chi conosce la sua complessa figura professionale ed artistica, come pure la sua opera vasta ed importante, sa quanto lei rappresenti un “vero ponte” fra oriente ed occidente. Da questo privilegiato osservatorio, pensa che l’uomo sia capace di recepire il “messaggio sublime” e scegliere di percorrere la “via della bellezza” che si fa atto concreto di pace, di arte, di vita?
“L’essere umano in se stesso è come il flusso del mare, con le sue onde apparenti che di continuo si formano e si dissolvono. Noi vediamo le onde e pensiamo al mare, ma la realtà è il mare, quello profondo, apparentemente immobile, mentre le onde sono aspetto transitorio. Pensiamo piuttosto a che cosa le muove, e a che cosa NON muove il mare. Oriente e Occidente, quasi che dicessimo: Spititualità e Materialismo. Da sempre ciò ebbe luogo, da sempre ci fu un Oriente e un Occidente, in contatto fra di loro. Bussola, carta, stampa, matematica, medicina e molto e molto altro sono giunti in Europa dall’Oriente; è Storia, e chi lo nega non conosce la storia. Anche le grandi religioni europee sono venute dall’Oriente: Gesù è nato in Asia, tanto per citare. Nulla di nuovo sotto il sole, disse un grande poeta romano; ma prima di lui lo aveva detto un grande poeta mesopotamico, e prima ancora un grande filosofo cinese”.
Viceversa, qual è a suo giudizio il “demone” imperante e più pericoloso che la nostra società sta frequentando?
“Quello di sempre: l’ignoranza. Ci ammaliamo perché ignoriamo come si fa a non ammalarci; e se non ne guariamo, non ne guariamo perché ignoriamo quale sia la cura buona o la medicina efficace. L’ignoranza conduce le folle ad agire contro il bene dell’umanità, alle guerre, alle dittature, alle carestie… Il nostro Profeta disse: «Seguite la via di una scienza, doveste per questo andare a cercarla sino in Cina», e: «A colui che segue la via di una scienza Dio apre più grani le porte del paradiso», e ancora: «Il sangue di colui che studia è superiore al sangue dei martiri.» E ciò in perfetto accordo con il Corano. Per questo noi sufi studiamo. Che io abbia quattro lauree, tre specializzazioni, due diplomi, un dottorato di ricerca è una semplice conseguenza di questo nostro obbligo. Nella mia Confraternita oltre il cinquanta per cento è laureato o diplomato, il venti percento ha almeno due lauree. Però lo studio è un mezzo, non il fine! E quello d’oggi è un mondo dominato dall’ignoranza, e questa Italia d’oggi si degrada sempre più in una ignoranza al limite massimo della più disgustosa e volgare ignoranza. Basta ascoltare i politici o guardare la televisione, autentica spazzatura plebea. Di recente ho rifiutato di far da relatore a Tesi di laurea così stupide e così idiotamente insignificanti (esami fatti con i crediti, non con lo studio), da essere inaccettabili del tutto. Quando insegnavo io all’Università, l’Università non versava in questo degrado. Ora io grido ad un evidente disastro”.
Quale profondo conoscitore dell’animo umano, le esprimo un mio pensiero che vorrei lei commentasse: l’uomo moderno ha a disposizione delle risorse sia tecnologiche che umane straordinarie, come mai ha avuto prima nella sua storia. Sembra però che nello stesso tempo, egli non abbia saputo sviluppare un “progresso mentale “ altrettanto importante, uno sviluppo emotivo-comportamentale altrettanto evoluto. In altre parole: è come se un “uomo bambino” abitasse un “mondo adulto”! Un mondo che ha bisogno di decisioni importanti da parte del suo abitante principe (e più pericolosamente invadente) per la sopravvivenza dello stesso pianeta, per esempio, oppure che facesse delle opportune rinunce rispetto al proprio senso di onnipotenza, non assecondando la tendenza fratricida che lo caratterizza, ovvero evitando l’autodistruzione; ora che potrebbe farlo grazie ad una storia evolutiva che la sua presenza millenaria sul pianeta ha comportato. Quale prospettiva per l’uomo?
“Pensi ad una bottiglia da un litro. Contiene un litro di liquido, qualsiasi esso sia questo liquido. Se la bottiglia è piena di acqua, ci potrà mettere tanto vino quanto di quell’acqua è disposta a buttar via. Questo è il mondo umano. Nel Quattrocento non c’era il computer, ma c’erano Leonardo, Michelangelo, Raffaello. Oggi non ci sono i Dante Alighieri e così via. Abbiamo di più in un campo e meno in un altro, ma la quantità totale è sempre quella. Come un litro di liquido in una bottiglia da un litro, si tratti di acqua o di vino. E i sentimenti sono sempre gli stessi, le sofferenze, i desideri, le aspirazioni sempre gli stessi. Non esiste progresso globale: esiste evoluzione spirituale, ma oggi è eccessivamente contrastata dal materialismo; quindi più materia e meno spiritualità, più acqua e meno vino, ma sempre nella quantità eterna di un litro”.
Riuscirà l’uomo nuovo del terzo millennio a riappacificare le Sue Due Parti? La sfera del materiale e quella dello spirituale riusciranno mai ad essere contenute e vivificate in egual misura dall’uomo durante il cammino terreno che gli è dato percorrere?
“Nulla di nuovo sotto il sole. Ma soprattutto: la spiritualità è un valore intimo, non un commercio, non un orpello da sfoggiare appeso sul petto. E quando se ne ha inteso il valore, l’essere umano che vi giunge è completo. E null’altro gli importa, null’altro ha valore per lui. Non va alla televisione per sfoggiare il suo orpello, e così non vien disturbato, né deriso. Le due sfere come le chiama lei sono in armonia (ritmo e simmetria, il settimo grado della nostra evoluzione spirituale). E sorge il sole della Verità, quel sole che tutto illumina”.

Rainer Maria Rilke

giugno 25th, 2010

Rainer Maria Rilke

Nell’’estate del 1913 Sigmund Freud era in vacanza sulle Dolomiti con un gruppo di amici. Tra gli altri c’era un grande poeta come Rainer Maria Rilke. Durante una passeggiata, in una bellissima giornata di sole, Freud notò che l’amico camminava sempre a testa bassa.

Gli chiese il perché e Rilke confessò di sentirsi sopraffatto dall’idea che tutta quella bellezza fosse destinata a perire. Freud rimase sconcertato da quella risposta che d’istinto ritenne profondamente innaturale.

Ma la sua risposta la mise per scritto in un breve testo pubblicato qualche tempo dopo e intitolato appunto Caducità. Nel frattempo la guerra era scoppiata e quindi il pessimismo di Rilke poteva essersi rivelato realistico e profetico, ma Freud non ci sta. E con la chiarezza del suo argomentare ribatte all’amico (che con galanteria lascia nell’anonimato): amare ciò che è attraente è sintomo di sanità mentale.

E, aggiunge, la transitorietà non limita ma semmai accresce ai nostri occhi la bellezza delle cose, che sono belle perché c’entrano con la nostra sensibilità viva.

Frammenti

giugno 24th, 2010

Frammenti di poesie

ovvero come guarire da una negazione autoimposta

………………………………….

Tu

Il tuo respiro mi appare chiaramente rosso
carico di rivoluzioni nell’incendio delle foglie autunnali.
Piastrelline di baci portano ilarità verso libertà
Parla ti prego… ti prego… non avere timore di memoria, parole e cose.
Quante volte sono scivolato nel tepore del Tuo sguardo.


Nostalgico
della purezza e dell’amore
ardo


………………………………….

Gabriele


Il giovane Gabriele in equilibrio srotola visionario vibrazioni e colori nel vento
La sua vocazione alla profondità si rifrange in me.
Anima confusa riposa al riparo della sua storia
Un ignoto stupore rapisce per attimi che attimi non sono

Domani si cambia vita

………………………………….

Nudo


Nell’angolo a sinistra
scandito da ritmi architettonici.
Mi guardo allo specchio

nudo

il viso
il torace
il ventre
le gambe
i piedi

i battiti del cuore

Elettrodinamica la mia spina d’orsale si fa magnete

Ecco che piove
mangio una mela
scorrere il tempo

………………………………….

Esilio

In esilio volsi lo sguardo a Sud Est.
Contaminato dal tappeto che si fa da sé
disgrego nel canto le mura austere e penitenti del sè

Mi avvolgi
Mi  annulli
Mi comprendi,


………………………………….

Insetto

Volo in circolar moto da fiore a rupe
In anticipo rispetto al vento
senza tensioni sento

Non devo aspettare
né spostarmi in diagonale

I palmi ti cercano, fendono aria, luce e suono
Come bolla di sabbia in un moderno strutturale
rimango sospeso tra terra, cielo e mare.

il fiore nacque all’imbrunire

………………………………….

Un lampo magnifico


Un lampo fiero illuminò la notte e un punto nel mio sguardo si concretizzò
chiudo gli occhi ed osservo innamorato.
VITA, VITA, VITA!
La vita arde in geometrie di ombre e luce
Respirando il sole
evaporo cambiando proprietà
sta per accadere…
negli abissi dell’essere
mi cristallizzo.

Fu un lampo magnifico


few to few

giugno 18th, 2010

Few to few is a term that describes a communication paradigm and an associated media form.

One to many
Many to many
One to one
Few to few (soon I will post the new paradigm)

Stefano M.

Addio tuffetto del Delacour

giugno 15th, 2010

estinto un raro uccello del Madagascar

Il tuffetto del Delacour (Tachybaptus rufolavatus), un uccello del Madagascar che viveva esclusivamente nel lago Alaotra, [1] è ufficialmente estinto. Lo rivela l’ultimo aggiornamento della [2] Lista Rossa della Iucn sugli uccelli in pericolo d[3] i estinzione.

Si tratta della prima estinzione confermata di una specie di uccello dal 2005. Le cause sarebbero da cercare principalmente nel bracconaggio. Gli ultimi due esemplari furono avvistati nel lago nel lotano 1985. “Non ci sono più speranze per questa specie – commenta Leon Bennun di [4] Birdlife International, che ha avuto il compito di valutare lo stato di conservazione degli uccelli rari per la Iucn -. Si tratta di un altro esempio di come le azioni umane abbiano conseguenze impreviste”.

Ci impegnamo

giugno 6th, 2010

Don Primo Mazzolari

Ci impegniamo

Ci impegniamo:

noi e non gli altri
unicamente noi e non gli altri
né chi sta in alto, né chi sta in basso
né chi crede, né chi non crede.

Ci impegniamo:

senza pretendere che altri si impegnino per noi
o per suo conto come noi o in altro modo.

Ci impegniamo:

senza giudicare chi non si impegna
senza accusare chi non si impegna
senza condannare chi non si impegna
senza cercare perché non si impegna.

Sappiamo di non potere nulla su alcuno
né vogliamo forzare la mano ad alcuno:
devoti, come siamo e come intendiamo rimanere,
al libero movimento di ogni spirito più che al successo di noi stessi
o dei nostri convincimenti.
Noi possiamo nulla sul nostro mondo
su questa realtà che é il nostro mondo di fuori,
poveri come siamo e come intendiamo rimanere.

Se qualche cosa sentiamo di “potere” e lo vogliamo fermare
é su di noi, soltanto su di noi.
Il mondo si muove se noi ci muoviamo
si muta se noi ci si fa nuovi ma imbarbarisce
se scateniamo la belva che é in ognuno di noi.
L’ordine nuovo incomincia se qualcuno si sforza
di divenire un uomo nuovo:
la primavera incomincia col primo fiore
la notte con la prima stella
il fiume con la prima goccia d’acqua.

Ci impegniamo:

per trovare un senso alla vita
a questa vita
alla nostra vita
una ragione
che non sia una delle tante ragioni
che bene conosciamo e che non ci prendono il cuore
un utile che non sia una delle solite trappole
generosamente offerte ai giovani dalla “gente pratica”.

Si vive una sola volta e non vogliamo essere giocati
in nome di nessun piccolo interesse
non ci interessa la carriera
non ci interessa il denaro
non ci interessa il successo
né di noi stessi né delle nostre idee
non ci interessa di passare alla Storia.

Ci interessa di perderci per qualcosa o per qualcuno
che rimarrà anche dopo che noi saremo passati
e che costituisce la ragione del nostro ritrovarci.

Ci impegniamo:

non per riordinare il mondo
non per rifarlo su misura
ma per amarlo perché noi crediamo nell’amore
la sola certezza che non teme confronti
la sola che basta
per impegnarci perdutamente.

Don Primo Mazzolari

non stiamo qui a tagliare le unghia agli ippopotami

giugno 1st, 2010

1) non stiamo qui a pettinare le giraffe
2) non stiamo qui a cavalcare l’orsetto lavatore
3) non stiamo qui a tagliare le unghia agli ippopotami
4) non siam qui a fare i grattini ai calamari
5) non siam qui a insegnare il valzer ai pinguini
6) non siamo qui a raccontare le favole ai trichechi
7) non siamo qui a pascolare le pantegane
9) non siamo qui a far le meche a kung-fu panda
10) non siamo qui a scaccolare i koala
11) non siamo qui a fare le cerette inguinali ai procioni
12) non stiamo qui a fare il colore ai pescirossi
13) non siamo qui a mungere le cernie
14) non stiamo qui a fare l’extension ai criceti!
15) non stiamo qui a grattar la pancia all’orso bruno
16) non siamo qui a fare la permanente ai ricci
17) non siamo qui a spingere le tartarughe
18) non siamo qui a fare le meches ai pelati
19) non siamo qui ad asciugare le pozzanghere col phon
20) non stiamo qui a raccontare le favole alle bambole di pezza
21) non siamo qui a far le scarpe ai millepiedi
22) non siamo qui a incartare i Torroni
23) non siamo qui ad arrotolare i pitoni
24) non siamo qui a depilare le moffette
25) non siamo qui a fare i succhiotti ai piranha
26) non siamo qui a far abbronzare l’orso bruno
27) non siamo qui a trovare i capezzoli alle lumache
28) non siam qui a far fare la transumanza ai parameci
29) non stiamo qui a pulire le scale agli stercorari
30) non stiamo qui ad allattare le manguste

The Seduction Of Ingmar Bergman

maggio 29th, 2010

SPARKS
The Seduction Of Ingmar Bergman

di Gianfranco Marmoro

Mentre la logica del business spinge le nostre televisioni e radio di stato verso la mediocrità, la radio pubblica svedese rappresenta un’eccezione, non perché realizzi grandi inchieste politiche o sensazionali concerti (il mondo delle comunicazioni è pieno di operazioni simili), ma perché ha la stravaganza intellettuale di commissionare a una bizzarra e imprevedibile band americana, gliSparks, un musical immaginario su una delle icone del cinema svedese e mondiale, Ingmar Bergman, alle prese con una imprevedibile tentazione: fare un film hollywoodiano.

Gli studi di Ron Mael sulla cinematografia di Ingmar  Bergman, svolti durante e dopo i suoi corsi universitari, uniti ad alcune sperimentazioni che integravano cinema, teatro e arte visuale hanno aiutato i fratelli Mael nella complessa realizzazione di un musical radiofonico.

Quaranta anni di carriera musicali per gli Sparks, caratterizzati da una passione per la cultura europea e asiatica, e da una serie di album che hanno influenzato generazioni di musicisti.

E’ curioso che la stampa regolarmente saluti un loro album come la rinascita del gruppo americano, la loro carriera è, in verità, ricca di episodi  brillanti e originali, e tutta la loro produzione conserva una insana voglia di giocare e provocare con la musica, una caratteristica che difficilmente potrete riscontrare in altri musicisti.

Istrionici, eccentrici, idiosincratici, gli Sparks rappresentano un’eccezione alla routine produttiva che coinvolge anche le rock band più importanti, ogni progetto è frutto di un lavoro e una cura che avvicina la loro arte a quella di un artigiano.

L’idea base di “The Seduction Of Ingmar Bergman” è quasi kafkiana: nel 1956 il regista Ingmar Bergman entra in un cinema per assistere a un film americano, all’uscita si trova nella fastosa Hollywood, dove un losco figuro lo persuade a realizzare un film. Tra sigari e chewing-gum le tentazioni del denaro sembrano affascinare il regista svedese: sarà una suadente Greta Garbo a riportarlo nel mondo reale e ad allontanare definitivamente le pulsioni devianti del cinema a stelle e strisce.

Per un gruppo americano lontano dalle tentazioni mainstream e forte di una sensibilità culturale molto mitteleuropea è quasi sarcastico e provocatorio dover rappresentare in musica una storia ricca di simboliche affinità elettive, ma gli Sparks possiedono una forza lirica, musicale e intellettuale rara e aliena a qualsiasi rock band esistente. “The Seduction Of Ingmar Bergman”, meglio sottolinearlo subito, rappresenta un trionfo dell’immaginazione sulla banalità del linguaggio musicale odierno.

Musicalmente gli Sparks proseguono nella linea degli ultimi tre album: la loro mistura di pop sarcastico, musica sistemica alla Steve Reich e Michael Nyman, scampoli di tecno e ripetitive costruzioni armoniche si concretizza in 24 episodi sonori che ricordano una sequenza cinematografica. Toni cupi, superbe orchestrazioni da melodramma, voci recitanti e toni teatrali alla Kurt Weill, jazz, pop e rock che si insinuano nelle trame gotiche e classicheggianti, tutto coordinato e suonato con grande maestria.

Pur se l’omogeneità dell’opera è fondamentale, gli Sparks aggiungono nuove perle alla loro creatività pop, il lirismo poetico di “Limo Driver (Welcome To Hollywood)”, il glam-rock di “Mr. Bergman, How Are You?”, la polka brillante di  “The Studio Commissary”, la maestosa vocalità da soprano in “Why Do You Take That Tone With Me?”, la teatralità di “Escape” si insinuano con forza nel repertorio del gruppo.

Gli Sparks archiviano una rivoluzione della cultura popolare del 21° secolo, un punto di partenza nuovo per l’integrazione della musica con altre arti; la fiction radiofonica di “The Seduction Of Ingmar Bergman” rappresenta per la musica quello che la serialità forte delle fiction post X-files ha rappresentato per il cinema. Se la sfida degli Sparks avrà un seguito, vi è la possibilità che la musica riscopra stimoli e creatività.


London River

maggio 23rd, 2010

Rachid Bouchareb

Sotigui Kouyate / Brenda Blethyn

London River di Rachid Bouchareb

Il fiume della comprensione


Articolo di Paola Assom – Pubblicato domenica 15 febbraio 2009

Il cinquantenne francese di origine magrebina Rachid Bouchareb - già nominato agli Oscar nel 1996 per Bambini di Saigon e presente alla Berlinale 2001 con Little Senegal – è il regista di questa pellicola toccante e scottante.

Si occupa infatti di storia recente e drammatica e perciò tanto più difficile da raccontare e delicata nei suoi molteplici risvolti. Londra, luglio 2005. Bombe di terroristi uccidono oltre cinquanta persone nella metropolitana e su autobus. Fin qui, fatti noti. Ma quello che il film racconta è l’epopea della madre di una ragazza inglese e del padre di un ragazzo africano che si mettono sulle tracce dei loro rispettivi figli che, dal giorno dell’attentato, non danno più notizie di sé. Sono vicende di un realismo doloroso e struggente, raccontate con delicatezza e, bisogna rendere atto al regista, senza eccessi di partigianeria né scadimenti nel melodramma (tranne l’ultima scena, ma il peccato è davvero veniale).

E mentre il dramma si svolge e i due adulti scoprono la tragica verità sulla fine dei loro ragazzi, si scopre anche che i due mondi diversi e apparentemente inconciliabili dai quali essi provengono posso avvicinarsi e capirsi.

La donna è una inglese purosangue, vedova di un combattente delle Falkland e contadina attaccata alla sua terra nella remota isola del Canale. La figlia è invece fuggita da quella vita che odiava, tranquilla ma senza emozioni e senza un futuro. Ora la madre, arrivata a Londra sulle sue tracce, si trova in una capitale multietnica che non riconosce come la “sua” patria e dove le sue certezze sono capovolte.

Scopre infatti che il padrone della casa in cui vive la figlia è una immigrato magrebino, che la figlia si era avvicinata a una comunità di musulmani (si chiede preoccupata: “Si sarà mica convertita”), che frequentava un corso di arabo (“ma perché imparare l’arabo” si chiede la donna, “e chi parla arabo, qui?”; e l’insegnante risponde sorridendo: “tutti noi”). Infine scopre che la ragazza viveva con un giovane ghanese, e questa è la circostanza che le fa incontrare il padre del ragazzo giunto anche lui per cercare il figlio.

Costui è un nero magro e alto, dall’incedere zoppicante e dall’aria malconcia, con lunghe treccine da rasta come un anziano Bob Marley, emigrato in Francia quando il figlio non era che un bambino. Dapprima pare persino che i due giovani siano partiti insieme per una vacanza e dunque i due genitori si sentono legati per un momento da una comune esultanza, purtroppo rivelatasi poi atrocemente errata. Involontariamente le loro storie si intrecciano, attraverso le trafile negli stessi ospedali, le stesse domande alla polizia e tutte le altre tristi incombenze. Involontariamente, dunque, e perciò con una iniziale diffidenza, più che altro un comprensibile e ben giustificato pudore soprattutto da parte di lei.

Ma le ricerche durano lunghi, interminabili giorni e arriva un punto in cui i genitori dei due ragazzi, per necessità ma pure con assoluta riservatezza e discrezione, dividono a Londra lo stesso appartamento nel quale vivevano i loro figli. Alla fine di quel terribile calvario il dolore che li ha uniti si scioglie in un abbraccio di addio ma anche di gratitudine. Entrambi, (più lei che lui, per la verità) hanno capito che culture diverse non significano solo terrorismo e segregazione. Esse possono e sanno anche avere un lato buono, costruttivo e pacifico, se fondato sulla comprensione, sull’uguaglianza e soprattutto sull’amore.

Il padre è impersonato da Sotigui Kouyate, ieratico come un santone indiano, insignito dell’Orso d’Argento come miglior protagonista. La madre è Brenda Blethyn, che in carriera vanta ben due nomination all’Oscar. Paffuta e rosea, non certo una diva, ma espressiva in modo vivissimo e di una bravura commovente. Ogni suo sguardo, parola e gesto sono perfetti, proprio come avrebbe fatto una madre vera, come avrebbe fatto ognuna delle nostre madri. E’ comprensibile che questo film sia stato il più votato dai critici.

Production companies
3B Productions
The Bureau
Arte France Cinema
Tassili Films

International sales
Elle Driver
(33) 1 56436733

Producers
Jean Brehat
Rachid Bouchareb

Screenplay
Rachid Bouchareb
Olivier Lorelle
Zoe Galeron

Cinematography
Jerôme Almeras
Production design
Jean Marc Tran Tan Bâ

Music
Armand Amar
Editor
Yannick Kergoat

Main cast
Brenda Blethyn
Sotigui Kouyate
Roschdy Zem
Sami Bouajila
Francis Magee

Felcity.Change your city, change your life

maggio 3rd, 2010

An international competition that involves graphic designers, architects and schools to represent the City on a human scale.

The competition will culminate with an exhibition of selected works in October in Venice.

…..

The primary objective of this project is to promote a debate around the basic theme of life in the community and how improvements can be made.

The International competition of graphic design is an opportunity for graphic artists from all over the world to express, manifest, symbolize and imagine solutions for a better city capable of improving the lifestyle of its inhabitants.

Sensitive themes:

• Integration of different cultures and religions
• Citizen needs: Youth, Disabled, Children, the Aged, Outcasts…
• Technological innovations
• The Community as protagonist
• Interaction between urban areas and nature
• Safety

On web site you can find further information regarding the project.

www.felicityproject.it