Teho Teardo

Le Retour À La Raison.

Musique Pour Trois Films De Man Ray

 

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Musica per visioni, il pentagramma come occhio inconscio, il disco come summa di un sentire artistico (e di un procedere compositivo) a tutto tondo, spesso mai lineare ma sempre foriero di sorprese. È ormai da tempo che Teardo ci ha abituati a commistioni tra arti figurative, cinema e musica, non solo per le colonne sonore commissionate da registi di prim’ordine (Salvatores e Sorrentino, per dirne due), per le sonorizzazioni di spettacoli teatrali (l’ottimo e pluripremiato Ballyturk dello scorso anno) o per le ispirazioni derivanti dalla fotografia (Music For Wilder Mann), quanto proprio per un approcciarsi alla materia musicale come fosse una sceneggiatura, un quadro, una immagine e viceversa.

 

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Non sfugge alla regola questo Le Retour À La Raison che, come indica il sottotitolo, (ri)prende l’ispirazione da tre film muti di Man Ray, noto ai più in qualità di fotografo, ma anche pittore e, appunto, regista d’ambito dada, e nasce da una sfida proposta da Villa Manin in occasione di una retrospettiva sull’artista americano. Sfida che Teardo ha accettato nella consapevolezza di trovarsi di fronte ad una sonorizzazione particolare, diversa dal solito, e pertanto da affrontare con modalità nuove sia nel percorso strettamente compositivo che nel rapporto (in)diretto con l’autore dei film “musicati”. Non una vera sonorizzazione, dunque, né, tanto meno, una colonna sonora dedicata, quanto una musica che fosse ispirata dai tre film manrayani La Retour à la Raison del 1923, Emak Bakia del 1926 e L’etoile de Mer del 1928. Da lì al disco la via non è stata breve, dato che quelle musiche sono state testate live in varie sedi e poi ripensate e risistemate in studio al fine di ottenere la conformazione attuale: una splendida, evocativa, sognante, leggiadra ed emozionante colonna sonora in absentia che vive benissimo anche a distanza dalle immagini in bianco e nero che evoca, richiama, riprende e (perché no?) ispira a sua volta, in una sorta di circolarità irregolare.

 

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Il tutto basandosi sull’eclettismo ormai noto del Teardo compositore, amante dei contrasti e delle dicotomie, degli attriti e delle contrapposizioni tra ambienti sonori diversi, come testimoniano il quartetto d’archi e l’elettronica, le oltre 10 chitarre affidate a collaboratori e amici, la sega, i synth, il piano elettrico, le ocarine, le campane tibetane e quant’altro utilizzato per creare paesaggi sonori sempre in bilico tra sogno e (sur)realtà. Tra il pizzicare di corde e l’elettronica glitchy (le increspature di Rrose Sèlavy che annegano in una landa ambient), le chitarre sature e i crescendo strumentali (Emak-Bakia, in cui riascoltiamo anche la voce di Teardo, dimenticata dai tempi dei Meathead), i flutti di feedback (la conclusiva L’Etoile De Mer (Marcia Funebre Del 900) col suo esercito di chitarre) e un romanticismo di fondo che permea molte di queste ispirate composizioni, Teardo dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, il proprio spessore e la propria capacità di superare ogni barriera. Fosse anche quella tra un autore vivo e un suo mentore defunto ma aleggiante.

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Stefano Pifferi

Articolo tratto da Sentire Ascoltare

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