Fleur Jaeggy è nata a Zurigo e vive a Milano. I suoi libri, pubblicati da Adelphi, sono tradotti in 18 lingue. Il primo libro, «Il dito in bocca» esce nel 1968. Scrittrice non prolifica, brilla per il suo stile che, ebbe a dire Ingeborg Bachmann, fa nascere «dialoghi di una diabolica intelligenza e descrizioni di una semplicità disarmante».

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  • Il dito in bocca, Adelphi, 1968
  • L’angelo custode, Adelphi, 1971
  • Le statue d’acqua, Adelphi, 1980
  • I beati anni del castigo, Adelphi, 1989
  • La paura del cielo, Adelphi, 1994
  • Proleterka, Adelphi, 2001
  • Vite Congettuali, Adelphi, 2009

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Parlare di letteratura

Non è sempre facile per chi scrive confrontarsi col desiderio del pubblico di sapere più di quanto sta nei libri. A volte un dibattito come quello organizzato a margine del padiglione italiano e intitolato «Voci, come nasce un romanzo» può cambiare strada e arrivare, come è successo, a discutere temi estranei alle intenzioni iniziali. Un caso? O la prova che alle fonti dell’ispirazione resta sempre qualcosa d’inafferrabile? Qualcosa di cui lo stesso scrittore non è perfettamente conscio? Significativamente, alla domanda «Come nasce un romanzo?»

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Fleur Jaeggy non ha risposto parlando di letteratura, ma facendo letteratura, presentando qualche riga che aveva scritto pensando al quesito. Il pubblico è rimasto ad ascoltare colpito. D’improvviso Fleur Jaggy, che sul palco sembrava irrequieta, che ad ogni istante cercava qualcosa tra i suoi effetti, che distoglieva lo sguardo o si nascondeva la bocca con le mani si è trasformata nella lettura.

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Macchina da scrivere e sinestesie

Il breve testo della scrittrice

«scrivo spesso cose brevi, per me, non penso a pubblicarle»

parla del suo rapporto con la macchina da scrivere, la cui presenza è quasi un invito alla creazione. La macchina non è solo un mezzo, «parla» e per la scrittrice «è molto importante e centra molto con la nascita di un romanzo».

Molto attenta al ritmo, Fleur Jaeggy rilegge spesso i suoi testi ad alta voce, per appurarne la musicalità. È una scrittura misurata la sua, senza una parola di troppo,

«forse nasce da una mia vaga inclinazione all’impazienza».

Quanto sia centrale la musica per la scrittura della Jaeggy è dimostrato anche dall’emozione provata dalla scrittrice nell’ascoltare una lezione di Dietrich Fischer Discau che insegnava come interpretare dei Lieder di Schubert e Wolf.

«Mentre spiegava come bisognava interpretare la musica e le parole, io pensavo: questo è scrivere. Ero affascinata da quello che diceva».

La musica è una grande fonte d’ispirazione, è un esercizio mentale per scrivere. Lui spiegava che a volte non bisogna accompagnare la musica col movimento delle mani, non declamare, non avere enfasi… Io ero presa da questo discorso, queste sono le cose che interessano a me per scrivere». Altro elemento centrale dell’ispirazione sono i paesaggi. «A volte ci sono dei paesaggi svizzeri che mi vengono incontro, pur vivendo io da tanti anni a Milano. O anche tedeschi e austriaci.

Per finire il mio ultimo romanzo «Proleterka», sono stata mesi al nord della Germania. Era inverno, faceva freddo, c’era la neve e là il paesaggio è molto piatto, però questo gelo, questo freddo erano dei luoghi adatti a me. Andavo spesso a camminare in un bosco dove non c’era nessuno, nessuno, alberi neve e basta. Deve essere una cosa che ha a che fare con me non so bene per quale motivo».

Nelle storie inquiete di Fleur Jaeggy abitano sogni e mostri, cementati dal silenzio, in labirinti senza uscita. Questo libro prova a decifrarne simboli e percorsi. Il volume è una monografia critica di ampio respiro sugli scritti di una scrittrice contemporanea, nata a Zurigo, ma che vive da moltissimi anni in Italia. I suoi romanzi e i suoi racconti, a cominciare da “Il dito in bocca” (1968) per finire con “Proleterka” (2001), escono regolarmente per Adelphi. Rossella Lovascio ci conduce per mano attraverso le pagine più significative di queste opere, abbozzando un ritratto e un itinerario artistico che trae luce dalle stesse pagine cui attinge per ampi stralci.

Le storie inquiete e inquietanti di Fleur Jaeggy ci conducono verso la scoperta, da sempre intuita e mai verificata sino in fondo, del rifiuto decisivo di una normalità mai appagante che, pian piano, plana nella non normalità, come condizione essenziale per essere. Un sottile senso di follia lega le pagine e introduce il lettore in un labirinto da cui uscirà quando avrà la certezza che gli specchi reali sono deformati e che soltanto nel proprio io, nella solitudine cementata dal silenzio, c’è la liberazione. Felicità quindi di essere nel non essere, dormendo abbracciati a quell’ombra folle che in noi abita. …

Biografia

Dopo aver trascorso gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza in vari collegi svizzeri, negli anni sessanta si trasferisce a Roma. Qui diventa intima amica della scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann e conosce alcuni tra i maggiori scrittori dell’epoca come Thomas Bernhard. Dal 1968 vive a Milano, ed inizia la sua collaborazione con la casa editrice Adelphi. Il successo arriva con I beati anni del castigo, premio Bagutta 1990. All’attività di narratrice affianca quella di traduttrice e saggista. Traduce Marcel Schwob, Thomas de Quincey e scrive su John Keats e Robert Walser. I suoi romanzi sono tradotti in diciotto lingue. Ha scritto inoltre per il teatro: Un tram che si chiama Tallulah è stato presentato nel 1975 al Festival dei Due Mondi di Spoleto (per la regia di Giorgio Marini) e nel 1984 a Lugano al Teatro La Maschera, per la regia di Alberto Canetta. In musica, ha collaborato ai testi per Franco Battiato e Giuni Russo. Proleterka è stato scelto libro dell’anno nel 2003 dal Times Literary Supplement. Fleur Jaeggy è moglie dello scrittore ed editore Roberto Calasso, sposato a Londra nel 1968. …. Fleur Jaeggy è un’icona. In senso proprio, voglio dire che rinunciando all’illusione della spazialità, ha preferito concentrarsi tutta in superficie, cristallizzandosi in una forma ieratica e minimale, non dovuta a mano d’uomo, spiccante sul fondo oro che, allusivo e immutabile, confonde ulteriormente, avvertendo, se ce ne fosse bisogno, che sono i limiti delle figure a permetterci d’identificarle, come l’estensione di un braccio segna i confini concessi al corpo. …

E dunque, sotto la lente dell’eternità, nella scrittura della Jaeggy sfilano teorie di personaggi ed eventi ben caduchi, l’adolescenza de I beati anni del castigo, la piccola borghesia de La paura del cielo, una nekya carica di misteri depotenziati nel recente Proleterka.

Già i titoli alludono a una distorsione, a uno snaturamento, o, se vogliamo, la realtà triturata e ridotta in coriandoli dalle forbici della Jaeggy si ricompone in ossimori e adynata, e così gli anni del castigo non potranno essere che beati, secondo, forse, la prassi contemplativa indicata da Aristotele.

Le statue di un suo titolo giovanile non potranno che essere d’acqua, il principio informatore applicato contro natura a una materia che accoglie tutte le forme e tutte le dimentica. E ancora, la paura del cielo sarà soggettiva o oggettiva? Chi ha paura di chi? Noi di un cielo pronto a rovinarci addosso, o il cielo stesso perché ha in sé iscritta la propria fine, non con uno schianto, direbbe Eliot, ma con un lamento? .

E che dire dei borghesi colti nel corso d’una crociera funebre e insieme erotica a bordo di una nave battezzata con un nome da socialismo reale che più reale non si può? Come insetti catturati nell’ambra, i personaggi della Jaeggy tengono fede alla promessa dei titoli. Forse quest’onestà perversa, questo rigore legalitario che portato all’eccesso sfocia in somma ingiuria, deriva all’autrice dall’esser nata in Svizzera sullo scorcio degli anni ’30, dall’aver respirato quella centralità e medietà che soffocando i conflitti ne ritardano all’estremo la conflagrazione. Ma quando i destini si compiono, quando si appura che ogni azione è insieme colpa e castigo a se stessa, le mediazioni si polverizzano, la narrazione torna a un’immediatezza bruciante, fatta di frasi secche, di parole isolate, la conflagrazione ormai creduta impossibile avviene, inarrestabile, sanguinosa. .

Eppure, con la sua aria saggia, la Jaeggy ammicca e sfodera i suoi “te l’avevo detto”, e con ragione, ce l’aveva detto, che ogni accumulo rovesciandosi genera catastrofe, che in ogni sequenza di parole è insita una necessità una predestinazione, come in certi versi formulari, che gli esseri umani, al pari della pietra di Spinoza, sono cupidi solo di permanere nel loro stato, quand’anche sia uno stato di perenne sprofondamento. .

Ma il miracolo della Jaeggy sta ancora più in là, nel dirci cose imperdonabili con una scrittura limpida e priva di concitazione, nell’additarci quanto sia angosciosa e insieme futile la misura, quanto vi possa essere di tragico nella stessa forma della scrittura, nella parola ora ridotta a un’esalazione a fior di labbra, ora dilatata fino all’inconsistenza, resa simile a una ragnatela da pause ed ellissi.

Intervista: Fleur Jaeggy a proposito di Proleterka

di Maria Grazia Rabiolo

Fleur Jaeggy, il suo ultimo libro Proleterka è stato molto lodato dalla critica. Il suo modo di scrivere è stato definito algido da taluni, da altri malinconico. Per lei, Fleur Jaeggy, cos’è Proleterka?

Proleterka è il nome di una nave jugoslava; è la storia di una ragazzina e di suo padre. Si conoscono molto poco. Il padre è una persona fredda, distaccata. E la ragazzina si domanda i pensieri del padre dove vanno. Il viaggio di due settimane sulla nave Proleterka le offre l’occasione di conoscere meglio suo padre. Mentre vanno a visitare vari luoghi della Grecia, e lei osserva il padre, c’è qualcosa d’altro che la interessa moltissimo. La protagonista del libro (che non ha nome) scopre la vita. Ma nel libro, avvolta come da ombre, da fantasmi, c’è la storia di una famiglia. Una famiglia la cui vicenda inizia in un luogo in cui si parla tedesco. L’italiano è la mia lingua materna, ma il tedesco è una lingua che mi è molto vicina, essendo nata a Zurigo. Per me, il tedesco è una sorta di lingua dei morti, una lingua che mi segue. Alcuni personaggi del mio libro parlano allora tedesco, in un luogo non nominato, in cui sorgeva la fabbrica di tessuti che ha fatto la fortuna della famiglia in questione.

Questa famiglia, poi, però, conosce il disastro economico, e una serie di malattie, di lutti. E’ una famiglia segnata dal destino, raccontata attraverso la vicenda di questa sedicenne che, viaggiando col padre, riscopre proprio il passato familiare.

Sembra che le ombre, gli spettri, avvolgano di nuovo la sua vita, la vita che questa ragazzina incomincia. Potrebbero farla soccombere. Ma lei non soccombe affatto. Continua a vivere. A raccontare le storie della sua famiglia. La storia, ad esempio, del gemello di suo padre, colpito dalla malattia del sonno. E lei ha l’impressione che questo gemello li stia seguendo nel corso del loro viaggio.

E c’è poi anche un fratello della ragazzina…

Sino quasi alla fine del libro, la ragazzina sente la presenza di un altro essere, che forse sta vivendo in vece sua. E nell’ultima parte del libro, nelle ultime pagine, c’è un finale a sorpresa, in cui la protagonista scopre cose che non aveva mai saputo.

… cose che non sapeva e che la fanno crescere. Possiamo dire che questo è un romanzo di iniziazione?

E’ assolutamente un romanzo di iniziazione. Mi è molto difficile parlare dei miei libri e non so bene il motivo. Vorrei scusarmi. Mi è sempre molto difficile. Soprattutto quando un libro è appena uscito: fino all’ultimo stavo lavorando ancora sulle bozze…

Il suo stile, Fleur Jaeggy, è assolutamente particolare e personale. Frasi brevi, paratattiche, grande intensità del risultato. Come lavora?

Questo libro l’ho iniziato vari anni fa, in parallelo ad altri testi. Quando finisco di scrivere qualche pagina, poi leggo ad alta voce quello che ho scritto. Se c’è qualcosa che non va, me ne accorgo subito, perché leggo il testo come se fosse stato scritto da un’altra persona. Il ritmo, la musicalità, sono per me importantissimi. E mi accorgo subito, leggendo ad alta voce, se ci sono pause o ritmi che non funzionano. Malgrado questi “esercizi” che compio sul mio testo, sino all’ultimo non sono convinta del risultato. Su questo libro ho continuato a lavorare fino all’ultimo. E non ne ero convinta. Ora però che è uscito dalla mia casa, non ci penso più, non lo guardo più e in un certo senso, quasi non vorrei neppure più saperne.

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