“Sono una piccola ape furibonda. Mi piace cambiare di colore. Mi piace cambiare di misura.

Alda Merini

Alda Merini

Considerata una delle più grandi
scrittrici del novecento era stata
ricoverata nel reparto di oncologia
dell’ospedale San Paolo di Milano
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Di Antonio Gnoli

Mi accoglieva con ironia e curiosità in quella stamberga milanese vicino ai navigli. La stanza sembrava scoppiasse colma com’era di pile di giornali, di libri, di buste per la spesa. era il caos. Ma a lei piaceva. Alda Merini era nata a Milano, diceva di aver fatto le scuole un po per forza.La sua educazione culminò nelle Orsoline dove le insegnarono a suonare il pianoforte e il cucito. Aveva mani grassocce che avrebbero tenuto con difficoltà un ago. Ma sulla tastiera sembravano farfalle. Suonava se ne aveva voglia, se la gente le era simpatica. Suonava per malinconia, per istrionismo, per bisogno. Accompagnandosi con quella voce che era insieme dolore e memoria.
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Alda Merini era stata in manicomio. Aveva trentaquattro anni quando vi entrò la prima volta. Per lei, che aveva già delineato il suo percorso poetico, fu quello il tempo della segregazione e della morte civile. Giunse all’istituto Paolo Pini di Affori con una depressione acuta da postparto e il caos nella testa. Vi arrivò furiosa come un’ erinni. La donna che aveva incantato Giorgio Manganelli e Salvatore Quasimodo ve varcò la linea che separa i vivi dai morti. Vi restò per dodici anni. Lunghissimi, dolorosi, indicibili. Ma Alda li ricordava anche come il tempo dell’amore: ” Li, in quel luogo perduto, capii cose che non avrei compreso altrove. Capii che, per quanto strambi, c’erano esseri umani come me e lei e non ho mai smesso di ampli. Mi sembrava che fossero loro a compiere il mio destino”.
Quel luogo così esterno per Alda non era fatto di Penthotal e di elettroshock, entrambi provati sulla propria pelle, ma anche di un sentimento comunitario.

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Alda Merini è stata quanto di meno istituzionale si possa trovare nella cultura. Nel modo di darsi imprevedibile e provocatoria, ma con un sottofondo di generosità che lei chiamava dello scialacquatore. …
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… La sua poesia ha attraversato l’eros, la morte, il sentire religioso che diventa in qualche modo sguardo rivolto verso al cielo. Eppure nei suoi versi più belli c’era la stessa carnalità che sapeva immettere nei suoi racconti. Perché Alda fu anche una grande affabulatrice. Una donna che poteva incantare con il potere della parola. Parlava volentieri delle sue storie, dei suoi amori, spesso immaginari. Parlava dei suoi uomini, quelli che si erano intrecciati alla sua vita. “Ogni uomo che ho amato è entrato nella storia” disse tra il serio e il faceto.
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Del successo che l’aveva avvolta negli ultimi anni, non gliene fregava niente. era sempre lei, vicina ai suoi temi, ai suoi ricordi, ai suoi fantasmi. Perciò tagliava corto: “La notorietà? Un giorno sei sul’altare e quello dopo nella polvere. Mi creda, non ne vale la pena”.
Non so se ci credesse fino in fondo. Aveva incominciato ad andare in televisione. La sua immagine era diventata popolare. Le chiesi se quel mezzo la realizzava, scoppiò in una risata roca. Si accese l’ennesima sigaretta e sentenziò: “Le sole cose di cui non posso fare a meno sono il fumo, il rossetto e le cavigliere contro il dolore”. Fantastica…
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…Disse che gli anni che le restavano da vivere erano imprevedibili come la giovinezza. Disse che non aveva mai avuto paura della morte: ” La natura ci ha tenuto segreta la data della nostra partenza. Magari un giorno stai male e ti sembra di dover preparare le valige. Poi senti qualcuno dentro di te che ti dice: oggi non si parte. E allora fai ancora una volta la festa”.
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Fino all’ultimo Alda, cui avevano diagnosticato un male ai polmoni, ha vissuto senza l’idea di preparare il suo bagaglio. Chi l’ha sentita, nell’ultimo settembre, la ricorda ilare e provocatoria. Quando andai via dalla sua casa sui navigli mi disse: “Si ricordi che sono una donna che non può stare alle leggi normali, sono vissuta nell’illegalità dei manicomi”
MILANO
«Sono una piccola ape furibonda. Mi piace cambiare di colore. Mi piace di cambiare di misura». Sono queste le parole che Alda Merini, la grande poetessa scomparsa oggi a Milano, aveva scelto per la hompage del suo sito ufficiale, accanto ad una immagine molto intensa, in bianco e nero, con l’immancabile sigaretta in mano e la altrettanto inseparabile collana di perle al collo.

Del resto, in questo mettere insieme regole borghesi e trasgressione era l’anima della sua opera dolorosa, segnata dall’esperienza della follia e del disagio fisico ed economico, in un ventennale entrare e uscire da ospedali psichiatrici tra gli anni Sessanta e Settanta. «Sono molto irrequieta quando mi legano allo spazio», scriveva in una componimento intitolato Poesia e la sua instabilità si traduceva in versi ad altissima intensità emotiva, spesso erotica, sin a partire dai primi componimenti, semplici, lineari, di pochi versi.

Alda Merini ha iniziato a comporre le prime liriche giovanissima, a 16 anni. Il suo primo incontro con il mondo letterario avvenne quando Silvana Rovelli, cugina di Ada Negri, sottopose alcune delle sue poesie ad Angelo Romanò che, a sua volta, le fece leggere a Giacinto Spagnoletti, considerato lo scopritore della poetessa. La prima raccolta di poesie di Alda Merini: “La presenza di Orfeo”, pubblicata nel 1953, ebbe subito un grande successo di critica. Il suo capolavoro è però considerato “La Terra Santa” che le è valso, nel 1993, il Premio Librex-Guggenheim “Eugenio Montale” per la Poesia.

Altre sue raccolte di versi sono “Testamento”, “Vuoto d’amore”, “Ballate non pagate”, “Fiore di poesia 1951-1997″, “Superba è la notte”, “L’anima innamorata”, “Corpo d’amore”, “Un incontro con Gesu”, “Magnificat. Un incontro con Maria”, “La carne degli Angeli”, “Più bella della poesia è stata la mia vita”, “Clinica dell’abbandono” e “Folle, folle, folle d’amore per te. Poesie per giovani innamorati”.

Nella sua carriera artistica, Alda Merini si è cimentata anche con la prosa in “L’altra verita”. “Diario di una diversa”, “Delirio amoroso”, “Il tormento delle figure”, “Le parole di Alda Merini”, “La pazza della porta accanto” (con il quale vinse il Premio Latina 1995 e fu finalista al Premio Rapallo 1996), “La vita facile”, “Lettere a un racconto. Prose lunghe e brevi” e “Il ladro Giuseppe. Racconti degli anni Sessanta” e con gli aforismi “Aforismi e magie”. Nel 1996 era stata proposta per il Premio Nobel per la Letteratura dall’Academie Francaise e ha vinto il Premio Viareggio. Nel 1997 le è stato assegnato il Premio Procida-Elsa Morante e nel 1999 il Premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri-Settore Poesia.