(riporto un articolo di Paperinik)

Occupiamoci di video introducendo il concetto di Pixel Aspect Ratio (p.a.r.). In computer grafica, con il termine “pixel” (contrazione dall’inglese picture element) si indica ciascuno degli elementi puntiformi che compongono la rappresentazione di una immagine raster nella memoria di un computer.

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Solitamente i punti sono così piccoli e numerosi da non essere distinguibili ad occhio nudo, apparendo fusi in un’unica immagine quando vengono stampati su carta o visualizzati su un monitor. Ciascun pixel, che rappresenta il più piccolo elemento autonomo dell’immagine, è caratterizzato dalla propria posizione e da valori quali colore e intensità, variabili in funzione del sistema di rappresentazione adottato.

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I pixel possono essere o rettangolari o quadrati. Un’immagine visualizzata su schermo di computer dovrà avere pixel quadrati. Si parla di pixel rettangolari proprio per definire quei formati che hanno un Pixel Aspect Ratio diverso da 1.0 come i sistemi televisivi PAL, SECAM o NTSC.


Analizziamo in questa sede solo lo standard che ci interessa direttamente, ovvero il PAL. Un video in questo standard ha una risoluzione di 720×576 pixel sia che si tratti di un formato 4:3 o 16:9. Facendo un conto veloce però ci si accorge che 720/576 non da 1.33 come rapporto, ovvero 4:3, ma bensì un rapporto inferiore ovvero 1.25 (5:4). Il perché di questo è da ricercarsi nelle origini dello standard, a noi interessa esclusivamente sapere che i pixel della TV non sono quadrati ma bensì hanno un Aspect Ratio diverso da 1.0 e quindi sono rettangolari. Analizzando i due formati 4:3 e 16:9 in SD (Standard Definition) deduciamo:

Formato 4:3 (1.33) – 720×576 p.a.r. 1.067 = 768×576 Square Pixel
Formato 16:9 (1.78) – 720×576 p.a.r. 1.422 = 1024×576 Square Pixel

I valori dei pixel di base in Square Pixel, ovvero 768 per il 4:3 e 1024 per il 16:9, sono valori ottenuti moltiplicando 720 per il Pixel Aspect Ratio relativo ad ogni formato. Tale aggiustamento di forma riporta le proporzioni a quelle corrette, infatti:

Formato 4:3 – 768/576 = 1.33
Formato 16:9 – 1024/576 = 1.78.

A questo punto il discorso dovrebbe essere chiaro. In pratica, quando importiamo un file video o grafico nei software di editing/compositing dobbiamo tenere conto del suo Pixel Aspect Ratio pena, altrimenti, la deformazione in senso orizzontale dello stesso. Facciamo alcuni esempi per maggior chiarezza vedendo alcuni casi tipici:

aspectratio_14.jpg

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Il testo che segue è a cura di:
© 2006 Autori Multimediali

Oggi realizzare una video ripresa è semplice: con una piccola spesa si possono realizzare filmati molto validi.
Chiunque può registrare audio e video in qualità digitale, ma una ripresa riuscita non si improvvisa. Oltre a solide basi di teoria del linguaggio audiovisivo, bisogna conoscere bene le potenzialità e i limiti dei mezzi a disposizione.
Realizzare dei buoni video implica, senza dubbio, imparare a vedere e ad ascoltare. Un ottimo ausilio è quello di analizzare film fatti da professionisti, guardarli con occhio critico, studiare le inquadrature e comprendere il senso di ogni scena.

I FORMATI DI REGISTRAZIONE

Prima di descrivere i diversi formati di registrazione, è bene spendere qualche parola sugli standard televisivi attuali.

Attualmente gli standard utilizzati nel mondo sono tre, il PAL, il SECAM, e l’NTSC.

I primi due standard sono adottati nella maggior parte dei Paesi europei, il terzo viene utilizzato sul mercato americano. Vi è una incompatibilità tra i formati; a titolo di esempio, una videocassetta VHS registrata in Italia in formato Pal, non verrà riprodotta correttamente negli Stati Uniti, in quanto in tale Paese viene utilizzato il formato NTSC.

Tale limite oggi è superato grazie alla sempre maggiore diffusione di videoregistratori e lettori DVD abilitati alla lettura dei tre standard (multistandard).

Le caratteristiche tecniche dei tre standard sono differenti, ma il principio di funzionamento è lo stesso.
L’immagine che si vede sullo schermo televisivo è costituita da pixel. Ogni pixel a sua volta è formato da tre punti colorati: rosso, verde e blu (fosfori). Il nostro occhio non distinguerà i tre punti colorati, in quanto piccolissimi e vicini tra loro, e “leggerà” un unico punto colorato. Migliaia di punti formeranno l’immagine televisiva.

Vediamo in dettaglio i formati di registrazione:

NTSC
Il National Television Standard Committe nasce in America nel 1953. Tale standard prevede un quadro composto da 525 righe che viene trasmesso 30 volte al secondo. E’ qualitativamente è considerato inferiore rispetto al PAL.

PAL
Il Phase Alternation Line nasce nel 1964; Tale standard prevede un quadro di 625 linee alla velocità di 25 fotogrammi al secondo.

SECAM
Il SEquentiel Couleur A Mémoire, cioè “sistema a colori sequenziale a memoria”, presenta le stesse caratteristiche del PAL: 625 linee a 25 fotogrammi al secondo; la differenza sta nella codifica del segnale. È in uso in Francia, il Paese in cui fu sviluppato, ed in altri Paesi dell’Est Europeo.

HDTV
Un nuovo formato alla ribalta in ambito video è l’HDTV, cioè Hight Definition TeleVision; la qualità di tale formato è impressionante, vediamone le caratteristiche principali:

• I pixel sono più piccoli e perfettamente quadrati (gli attuali standard infatti presentano pixel leggermente più alti);

• La quantità di linee arriva a 1125;

• Il formato supportato è il Widescreen 16:9 al posto del tradizionale 4:3;

• L’audio viene codificato non più in stereofonia, ma in Dolby Digital 5.1;

• L’immagine è digitale, compressa in formato Mpeg-2.

Le dimensioni delle immagini in alta definizione arrivano ad un massimo di 1080×1920 pixel, avvicinandosi notevolmente ai 2000 pixel utilizzati nelle riprese cinematografiche digitali.

Prima di passare all’esame dei diversi supporti di registrazione, soffermiamoci su alcuni importanti parametri tecnici.

FRAME RATE. Indica il numero dei fotogrammi trasmessi in un secondo (fps). Lo standard cinematografico è 24 fps, mentre quello televisivo in Italia è 25 fps (standard Pal).
In riferimento al video digitale il frame rate può variare a seconda dal formato utilizzato, ad esempio, se si realizza un video per distribuzione multimediale su Cd Rom, è sufficiente un frame rate di 15 fps.

RISOLUZIONE. L’immagine che si vede in uno schermo televisivo è composta da una serie di linee orizzontali, maggiore è il numero di linee, maggiore risulta la risoluzione. Lo standard NTSC prevede 525 linee, mentre PAL e SECAM hanno 625 linee.

Se il video viene visualizzato su un monitor non si parlerà più di linee, ma di pixel (matrice di punti). La risoluzione dei filmati video e delle immagini è espressa da due valori: risoluzione orizzontale e risoluzione verticale.
La risoluzione di un fotogramma video PAL è di 720X576 pixel, mentre un video NTSC presenta una risoluzione pari a 720X480 pixel.

L’immagine video visualizzata sugli schermi televisivi e realizzata tramite comuni videocamere (sia analogiche che digitali), è interlacciata.

Quasi tutte le immagini da DVD commerciali, provenienti da pellicola cinematografica (attraverso la procedura di “telecinema”), e quelle realizzate da telecamere professionali, sono progressive. Vediamo di chiarire la differenza tra video interlacciato e progressivo.

Video progressivo
In un video progressivo PAL di provenienza DVD, la risoluzione è generalmente di 720×576 pixel, con visualizzazione di 25 fotogrammi (frames) ogni secondo di visione. Si tenga conto che ogni frame non è altro che una fotografia a piena risoluzione (appunto 720×576) del video.

Video interlacciato
Nel video interlacciato non abbiamo a che fare con fotogrammi completi ma con campi o semiquadri. Ogni secondo di video interlacciato contiene 50 semiquadri che si susseguono ad 1/50 di secondo, quindi al doppio della velocità rispetto al video progressivo (1/25 di secondo). Ogni semiquadro contiene la metà delle informazioni di un fotogramma completo. I semiquadri hanno una risoluzione 720×288 pixel.

Due semiquadri formano un fotogramma completo. I limiti percettivi dell’occhio umano, e l’alta velocità nella successione dei semiquadri (50 quadri al secondo) fanno sì che l’immagine appaia completa e i movimenti fluidi e continui.

I FORMATI DIGITALI DI VIDEORIPRESA

Il formato DV (e in forma compatta Mini DV) è attualmente lo standard per chi desidera far seguire alle riprese un loro montaggio tramite un comune PC.

Il riversamento dei dati su PC non necessita di una conversione analogico/digitale, ma solo di un trasferimento digitale dalla cassetta all’hard disk, durante il quale non si subisce alcuna perdita di qualità.

Nell’ottobre 2003 quattro produttori leader del settore video (Canon, Sharp, Sony e JVC) hanno presentato un nuovo formato per videoamatori e professionisti che consente di registrare e riprodurre video HD (in alta definizione) su cassette standard DV e MiniDV.

L’HDV usa la compressione MPEG-2 per registrare formati HD 720p (progressivo) or 1080i (interlacciato), supportando frame rates di 25p (25 fotogrammi al secondo progressivi), 30p (30 fotogrammi al secondo progressivi), 50p (50 fotogrammi al secondo progressivi), and 60p (60 fotogrammi al secondo progressivi) per il formato 720p, e 50i (50 fotogrammi al secondo interlacciati) e 60i (60 fotogrammi al secondo interlacciati) per il formato 1080i.

L’audio è registrato a 16 bit, 48 kHz.

Per gestire il formato HDV in fase di montaggio è necessaria un stazione computer di videoediting dalle caratteristiche hardware più sofisticate e costose rispetto al DV o MiniDV, e, per apprezzare la maggiore risoluzione di immagine, di monitor o schermi televisivi predisposti per l’alta definizione.

Attualmente in formato HD (alta definizione) vengono trasmessi alcuni programmi televisivi da alcuni network via cavo (in USA) o via satellite.
Stanno iniziando ad essere disponibili al pubblico di massa lettori e dischi DVD con il supporto dell’HD.
Gli studios cinematografici stanno valutando pregi e difetti di due standard HD da fruirsi tramite dischi DVD: HD-DVD e Blu-ray.

L’HD-DVD è stato sviluppato da Toshiba e NEC e ha il supporto del DVD Forum. Il Blu-ray è stato sviluppato da Sony.

Naturalmente sia l’HD-DVD che i dischi Blu-ray richiederanno lettori DVD di nuova generazione e monitor televisivi che supportino l’alta definizione.

I FORMATI DIGITALI SENZA NASTRO

Il supporto digitale che presto, probabilmente, sostituirà i nastri, è sicuramente il DVD.
Oggi vengono prodotte videocamere, come ad esempio la JVC GZ-MC500, la Sony DCR-DVD105 o la CANON DVD DC100, che registrano il video direttamente su DVD-RW o DVD-R 8cm, in qualità compressa MPEG-2.

Il supporto ottico, a differenza delle cassette, non è soggetto ad usura. Dopo aver finalizzato il disco, un processo che richiede circa 10 minuti, è possibile riprodurre le registrazioni utilizzando un lettore DVD casalingo o installato su PC.

Un disco DVD-R 8cm ha più o meno lo stesso costo di un nastro MiniDV. Un disco DVD-RW 8cm costa il doppio di un nastro MiniDV ma può essere cancellato e riutilizzato numerose volte, esattamente come un nastro magnetico.

Alcune videocamere professionali, ad esempio la Panasonic AG-HVX200, permettono la registrazione, oltre che su nastro, anche direttamente su Hard Disk o su Schede di Memoria (le card P2, nel caso di Panasonic) simili a quelle utilizzate per le fotocamere digitali.

E’ possibile la registrazione in formato SD (standard definition) o HD (high definition) con supporto dei segnali 1080i (1080 pixel interlacciati) e 720p (720 pixel progressivi).

LA VIDEOCAMERA DIGITALE

La videocamera combina le funzioni di una telecamera (camera) e di un videoregistratore a cassetta (recorder), ecco perchè viene anche chiamata “camcorder”. È chiaro che si tratta dello strumento principale per la realizzazione dei nostri filmati, quindi la scelta della videocamera più adatta alle nostre esigenze deve essere fatta in modo oculato.

Sul mercato si trovano centinaia di modelli di videocamere, da quelle più economiche e semplici a quelle più costose e sofisticate, destinate ai professionisti del settore.
Nell’acquisto di una videocamera consumer, oltre alle caratteristiche tecniche del modello, si guarderà al design, all’ergonomia, alla robustezza, alla maneggevolezza e soprattutto alla leggerezza.

La qualità delle immagini registrate da una videocamera è determinata da diversi fattori, quali:
la risoluzione del sensore CCD, la qualità dell’ottica, i supporti di registrazione.

Il sensore CCD
Il CCD (Charged Coupled Device) è un sensore elettronico che converte la luce che proviene dall’obiettivo in pixel che costituiscono le immagini. Maggiore è il numero di pixel di un CCD, più alta è la sua risoluzione e maggiore risulta la qualità delle immagini. Un sensore standard misura ¼ di pollice con una risoluzione da 450.000 pixel a 1 mégapixel.
Ricordiamo che il formato di registrazione delle videocamere digitali MiniDV permette una risoluzione massima di 720 x 576 pixel (standard PAL).

Tra i fattori da considerare durante la scelta di una videocamera, ha senz’altro una grande importanza il tipo di CCD utilizzato dalla nostre “candidate” da acquistare.
Valuteremo quindi il numero di CCD contenuti nella videocamera, la dimensione di ogni CCD e il numero di pixel effettivi di ogni CCD.

Numero di CCD
Esistono videocamere con un unico CCD che ha il compito di riprodurre tutti i colori e videocamere – più costose – dotate di tre CCD, ognuno dedicato alla riproduzione di un diverso colore (rosso, verde, blu). Una videocamera dotata di tre CCD avrà una migliore resa dei colori.

Dimensioni del CCD
I CCD nelle videocamere amatoriali presentano una dimensione compresa tra 1/6 e 1/3 di pollice.
I CCD più grandi permettono una migliore qualità dell’immagine, poiché presentano un numero maggiore di pixel effettivi.

Pixel effettivi
I CCD utilizzano alcuni pixel per creare i dati dell’immagine (pixel effettivi) e altri pixel per filtrare l’immagine stessa. Chi utilizza la videocamera come un bellissimo hobby può servirsi di modelli più economici dotati di un solo sensore CCD con una risoluzione video effettiva pari almeno a 300.000 pixel.

Per un utilizzo più ambizioso, è consigliabile scegliere videocamere dotate di tre CCD con almeno 250.000 pixel effettivi per ogni sensore, oppure ripiegare su un apparecchio a singolo CCD con almeno 690.000 pixel effettivi.

BASILARI PARAMETRI DI RIPRESA

Il bilanciamento del bianco
È un comando di estrema importanza in quanto assicura la resa fedele dei colori in qualsiasi tipo di luce ambiente.
Tale comando può essere impostato su modalità automatica, e in questo caso la videocamera, in base alla luce presente, regolerà in modo ottimale la tonalità dei colori; in alternativa possiamo regolare il bilanciamento del bianco in base alla luce ambiente: artificiale, diurna o mista.
I migliori modelli di videocamera permettono il bilanciamento del bianco manuale.

Lux e luminosità
Esistono diversi modi per misurare l’intensità della luce. Le videocamere consumer e prosumer utilizzano una modalità di misura che prende il nome di LUX (lumen al metro quadrato).
È bene puntualizzare che il valore assegnato al LUX non trova d’accordo tutti i costruttori, quindi non può essere considerato uno standard vero e proprio.

L’unità di misura LUX riguarda una data quantità di luce presente in un ambiente. Le attuali videocamere riescono a riprendere anche in condizioni di scarsa illuminazione (perfino con 1 lux). In tali casi però le immagini non presenteranno la migliore qualità.

In generale, è consigliabile utilizzare una videocamera con un rapporto lux/sensibilità con scarsa illuminazione di sette o anche inferiore. Un rapporto basso indica prestazioni migliori in condizioni di scarsa illuminazione.

L’otturatore della velocità (SHUTTER SPEED)
Quando si riprendono soggetti che si muovono molto rapidamente, con una velocità dell’otturatore normale è possibile che in fase di riproduzione risulti difficile vedere chiaramente la loro immagine (i singoli fotogrammi che compongono la ripresa possono risultare “mossi”).

Per ovviare a questo inconveniente, e per ottenere immagini più nitide, si può aumentare la velocità dell’otturatore.
Normalmente gli otturatori presenti sulle videocamere vengono regolati automaticamente impostando dal menù il tipo di ripresa da effettuare (esempio, riprese sportive, riprese notturne, ecc.).

Su alcuni modelli l’otturatore può essere regolato manualmente da una velocità standard di 1/50 di secondo a 1/120, 1/250, 1/1000, 1/4000, 1/10000 di secondo.

È da sottolineare che quando l’otturatore è impostato su valori maggiori dello standard avremo necessità di una intensa illuminazione. Se, ad esempio, si imposta lo Shutter a 1/10000 di secondo, bisognerà effettuare la ripresa disponendo di condizioni di luce ottimali, ad esempio in esterno e in pieno sole.
Generalmente lo standard 1/50 di secondo assicura riprese ottime in quasi tutti i casi.

La modalità 16:9
Le videocamere registrano tradizionalmente le immagini con un rapporto di proporzione tra larghezza e altezza del fotogramma di 4:3 (è il rapporto tipico del Pal, derivato da quello della pellicola cinematografica 35 mm).

Alcune videocamere permettono oggi la registrazione con un rapporto 16:9 (ottenendo un’immagine video dal rapporto di proporzione simile a quello del Cinemascope cinematografico).

Questo può essere ottenuto in vari modi:
la modalità più semplice è l’aggiunta di fasce nere sopra e sotto l’area centrale dell’immagine (modalità detta “letterbox”). Questa modalità di fatto riduce i pixel disponibili per l’immagine di circa il 25%. Non vi è alcun aumento della definizione dell’immagine, anzi, l’immagine sarà registrata solo su una parte dei pixel disponibili.

Immagine: letterbox

Una seconda modalità è quella anamorfica. Questa modalità utilizza tutti i pixel disponibili per registrare l’immagine. L’immagine viene registrata attraverso una lente anamorfica, che deforma in senso verticale l’immagine che arriverà sul CCD. Quando un video 16:9 viene riprodotto su uno schermo Tv 4:3 essa sarà schiacciata orizzontalmente; appariranno due fasce nere sopra e sotto l’immagine.

Quando viene riprodotto su uno schermo Tv 16:9, un video 16:9 sarà schiacciato e ripristinato alle naturali proporzioni originali. I video 16:9 utilizzano pixel rettangolari invece che quadrati. I software di video editing sono predisposti per la gestione dei video anamorfici.
Il vantaggio della modalità anamorfica è l’ottenimento di video 16:9 con la piena definizione permessa dal CCD 4:3 della videocamera.

Immagine: anamorfica e lente anamorfica

Una terza modalità è rappresentata dalla distorsione anamorfica digitale dell’immagine, quindi facendo a meno di una lente dedicata. La qualità del video risulta però inferiore rispetto all’uso di una reale lente anamorfica.

COME SOSTENERE LA VIDEOCAMERA

Le videocamere sono apparecchi leggeri, spesso appositamente studiati per essere tenuti nel palmo di una mano. Tale caratteristica permette di seguire in modo spontaneo il soggetto da riprendere. Ma qual è la prima regola per realizzare un video piacevole a vedersi? Sicuramente la risposta è quella di tenere quanto più ferma possibile la videocamera.

Grazie all’ergonomia delle videocamere attuali è comunque possibile realizzare delle ottime riprese anche a mano libera.

Le riprese a mano libera
Operare a mano libera richiede un po’ di pratica, ma una volta acquisita, i risultati possono essere sorprendenti. La funzione di stabilizzazione della videocamera aiuta (soprattutto se si tratta di uno stabilizzatore ottico) ma non fa miracoli.

Se dobbiamo fare una ripresa a mano libera è preferibile seguire alcune regole essenziali:

1) evitare di fare riprese col teleobiettivo (posizione tele dello zoom);

2) impostare la massima focale grandangolare;

3) avvicinarsi al soggetto piuttosto che zoomare su di esso;

4) ricordarsi di tenere la videocamera fissa sul soggetto, senza muoverla in continuazione;

5) Durante le panoramiche o le carrellate trattenere il fiato per minimizzare i movimenti sulla videocamera;

6) Evitare di camminare durante una ripresa; trovare una posizione delle gambe comoda e stabile;

7) Se il soggetto è in movimento, procedere a piccoli passi per minimizzare il movimento sussultorio. Se si riprende camminando è opportuno anche controllare che non ci siano ostacoli;

8) Trovare sostegni provvisori dove possibile (un muretto, un palo della luce, una palizzata);

L’utilizzo di un cavalletto
Una immagine stabile fa dimenticare all’utente la finzione filmica e rende i nostri video più naturali e coinvolgenti.
L’uso di un cavalletto (o treppiede o stativo) aggiunge un tocco professionale ai nostri video. I cavalletti in commercio differiscono tra loro per dimensioni, peso, robustezza e ovviamente prezzo. La caratteristica più importante, comunque, è quella della stabilità in rapporto al peso della videocamera. I costruttori spesso presentano tabelle di correlazione tra i modelli offerti e le tipologie di videocamere e il loro peso, al fine di orientare correttamente la scelta dell’acquirente. Esse risultano di grandissima utilità.

L’uso di un treppiedi offre i seguenti vantaggi:

• riprese stabili anche con l’obiettivo in posizione teleobiettivo;
• movimenti uniformi e fluidi di ripresa;
• costanza del piano di ripresa durante panoramiche, sia verticali che orizzontali.

Ovviamente l’uso del cavalletto presenta anche degli svantaggi: trasportare il cavalletto comporta un maggior peso delle attrezzature; il suo uso richiede un maggiore tempo per l’inizio delle riprese vere e proprie; esso richiede una pianificazione delle riprese per il suo ottimale posizionamento.

A volte l’utilizzo di un cavalletto è indispensabile, si pensi alle riprese di eventi lunghi come ad esempio interviste o spettacoli.

La prima cosa da fare quando si utilizza uno stativo è quello di regolarne l’altezza; successivamente si aggancia attentamente la videocamera alla testa del cavalletto e ci si assicura che esso sia in bolla (ossia che l’inquadratura appaia equilibrata, che la linea d’orizzonte non sembri “cadere” verso destra o sinistra).
È importante verificare che la testa del cavalletto ruoti senza fatica, in modo tale che la ripresa inizia e finisca senza scossoni o strappi, ma che offra anche una corretta inerzia che aiuta la fluidità del movimento.

Il cavalletto può essere montato anche su speciali supporti dotati di ruote gommate, tanto da diventare una piattaforma mobile (con una funzione simile al dolly cinematografico). Ciò permette di seguire il soggetto in movimento con una buona stabilità di ripresa (la condizione necessaria è un ambiente compatibile con l’uso delle rotelle in gomma della piattaforma).

In luoghi dove il cavalletto risulterebbe troppo ingombrante una buona alternativa è rappresentata da un’altro tipo di supporto: il “monopiede” che sicuramente risulta più pratico e leggero; esso offre una accettabile stabilità. Tuttavia eventuali movimenti di ripresa risulteranno molto più limitati.

Altri sistemi di stabilizzazione e supporto della videocamera

Numerosi produttori, ad esempio Manfrotto e ABC, propongono una vasta gamma di accessori per la stabilizzazione delle riprese.
Vediamo alcuni esempi:

Il Crane
L’ABC, azienda specializzata in prodotti per la stabilizzazione delle riprese video, ha in catalogo l’accessorio denominato “Crane”, che consiste in un braccio bilanciato di lunghezza variabile che permette un movimento verticale della videocamera. Si otterrà un gradevolissimo effetto con un movimento della videocamera che dall’alto scende fino a riprendere al livello del suolo. La videocamera viene controllata tramite un controllo remoto.
Esistono in commercio diversi modelli di Crane compatibili con tutti i modelli di videocamere, dalle più leggere alle più complesse e pesanti. Tutti presentano la caratteristica di essere estremamente leggeri e facili da trasportare.

La steadycam
La steadycam permette all’operatore di far muovere la videocamera dovunque si possa camminare. La videocamera viene “montata” sul corpo dell’operatore attraverso una imbracatura ed è ammortizzata da una serie di congegni idraulici, che hanno lo scopo di addolcire i movimenti dell’operatore, e garantire, anche in piena corsa, una ripresa fluida e lineare. E’ una soluzione ottimale e obbligatoria in spazi molto ristretti dove sussistono dei problemi oggettivi a far passare il dolly.
Grazie allo steadycam si possono ottenere ottime riprese anche in condizioni estreme (per esempio in una situazione che obbliga l’operatore a seguire il soggetto salendo o scendendo delle scale).

Il film di Stanley Kubrik “Shining” (1980) presenta un uso magistrale dell’utilizzo di questo stabilizzatore idraulico. La sequenza girata nel famoso labirinto dell’Hotel Overlook è passata alla storia del cinema.
Oggi sul mercato si possono trovare diversi modelli di steadycam, anche a livello amatoriale, con prezzi accessibili per i videoamatori più esigenti.

Il dolly
Per realizzare delle carrellate professionali, fluide e naturali, esiste uno strumento molto utile denominato dolly. Si tratta di una pedana mobile dotata di ruote sulla quale viene montato il cavalletto e lo stesso operatore.

I modelli destinati alle videocamere leggere hanno un ingombro minimo. Il materiale di costruzione è solitamente l’alluminio, per assicurare la leggerezza nel trasporto. I modelli presenti in commercio hanno un sistema di bloccaggio compatibile con quasi ogni tipo di cavalletto in produzione.

Una caratteristica importantissima di un buon sistema dolly è rappresentato dalle ruote. Infatti un carrello dolly deve potersi spostare in modo uniforme da un punto all’altro del set. Per poter assolvere a questo compito, è necessario che ci siano due condizioni essenziali: una superficie molto liscia e la presenza sul dolly di ruote grandi con cuscinetti a sfera. Il peso di questo accessorio si aggira in media sui 4 Kg.

ELEMENTI FONDAMENTALI DEL LINGUAGGIO FILMICO

Sembra adesso opportuno concentrare la nostra attenzione su alcuni degli elementi che costituiscono il “linguaggio filmico”.

Inquadratura
L’inquadratura è la porzione di spazio inquadrata dall’obiettivo della videocamera, nell’intervallo di tempo tra l’avvio e l’arresto della ripresa.

Scena
La scena presenta una serie di inquadrature generalmente caratterizzate da unità di tempo e di luogo. Nell’ambito audiovisivo per “scena” si intende una sorta di “unità narrativa”. Più scene formano una sequenza.

Sequenza
La sequenza viene definita come una successione di scene in forte correlazione fra loro. Per il teorico Christian Metz le sequenze sono “noccioli” autonomi della narrazione, con una funzione simile ai capitoli dei romanzi.

Stacco
E’ un elemento del linguaggio filmico. Consiste nel passaggio immediato da una inquadratura ad un’altra.

Dissolvenza
La dissolvenza è un artificio visivo che permette il passaggio graduale da una inquadratura ad un’altra. La dissolvenza può creare una “ellisse” nel tempo della narrazione filmica, indicare, in pochi secondi, il passaggio di ore, giorni, mesi o anni.

Dissolvenza di apertura e di chiusura
La dissolvenza in apertura è la graduale comparsa di una inquadratura, in genere per indicare l’inizio di una scena o sequenza.
La dissolvenza di chiusura è la graduale scomparsa di una inquadratura, in genere per indicare la fine di una scena o sequenza.

Piano sequenza
Si definisce piano sequenza una sequenza filmica ripresa senza interruzioni, in un’unica inquadratura, senza stacchi.
Evidentemente la successione di spazi ed eventi sulla scena avviene tramite il movimento degli attori e della macchina da presa.
L’esempio più celebre di piano sequenza resta “The Rope” (Nodo alla gola, 1947) di Alfred Hitchcock, girato interamente come un’unica inquadratura.

LE INQUADRATURE

Generalmente una sequenza diviene interessante per lo spettatore quando la composizione del soggetto ripreso all’interno dell’inquadratura cambia. Si può trattare di un cambio dell’angolo di osservazione, oppure della modifica della dimensione del soggetto.

Tre principali inquadrature caratterizzano il linguaggio filmico:
• campo lungo (C.L.)
• campo medio (C.M.)
• primo piano (P.P.)

Le inquadrature si riferiscono alla figura umana; risulta determinante per la loro classificazione la superficie occupata dal soggetto all’interno dell’inquadratura.

Nel C.L. (Campo lungo) si vede il soggetto a figura intera, dalla testa ai piedi. In tale inquadratura è possibile anche visionare in modo completo ed esauriente tutto ciò che circonda il soggetto.
campo lungo

Nel C.M. (Campo medio) il soggetto è ripreso fino all’altezza della vita, con solo alcuni particolari dell’ambiente circostante.
campo medio

Nel P.P. (Primo piano) lo sfondo quasi non si vede più; il soggetto viene tagliato appena al di sotto dell’altezza delle spalle.

Possiamo individuare inoltre una serie di ulteriori inquadrature, che variano dal primissimo piano o dettaglio (P.P.P. o Dett.) al piano medio detto anche piano americano (P.M. o P.A), fino al campo lunghissimo (C.L.L.).

Il senso delle inquadrature
Ogni tipo di inquadratura apporta un senso differente all’articolazione del racconto audiovisivo, sia in rapporto con le altre inquadrature che per il contenuto rappresentato. Differenti tipi di inquadrature suscitano nello spettatore emozioni diverse; analizziamole caso per caso:

Il campo lunghissimo (C.L.L.) è l’inquadratura ideale per mostrare nel suo insieme il luogo dove si svolge l’azione.

Può presentare una città o un paesaggio naturale. Se nel C.L.L. viene inquadrata anche una figura umana, apparirà piccolissima, e renderà bene l’idea dello spazio aperto. E’ un ottimo simbolo visivo per la rappresentazione di sentimenti di solitudine, abbandono, tristezza.

Il campo lungo (C.L.) ha una valenza informativa. La caratteristica fondamentale di questa inquadratura è che non isola il soggetto dall’ambiente, anzi lo rende parte attiva del paesaggio.

Può essere utilizzato alternandolo a inquadrature in campo medio (C.M.) e in primo piano (P.P.) donando alla sequenza una buona fluidità narrativa.

Il campo medio (C.M.) attira l’attenzione dello spettatore sul soggetto; lo spettatore è pienamente partecipe di quanto il personaggio dice e pensa. Generalmente viene utilizzato insieme con i primi piani (P.P.).

Il primo piano (P.P.) ci permette di mostrare dettagli importanti o espressioni del viso del soggetto; si entra con questa inquadratura nella sfera più intima del soggetto. Anche una lieve alterazione nell’espressione facciale del soggetto avrà una valenza significativa.

Il primissimo piano (P.P.P.), chiamato anche dettaglio (Dett.), ha un fortissimo impatto visivo sullo spettatore. La sua funzione è quella di mostrare un particolare importante; a volte è destinato a creare un effetto di shock sugli spettatori.

Nell’immagine vediamo un esempio di primissimo piano: l’inquadratura mostra gli occhi del soggetto a pieno schermo: basta un battito della palpebra per creare tensione e comunicare emozioni allo spettatore.

Dopo aver analizzato le inquadrature, dobbiamo aggiungere che è molto importante saperle scegliere e combinare tra loro al fine di creare una efficace articolazione del racconto audiovisivo. La scelta dell’inquadratura da usare deve essere strettamente legata all’effetto che si desidera ottenere ed a quanto si vuole comunicare allo spettatore. Ad esempio, il noto regista Alfred Hitchcock spesso preferiva ritardare la visualizzazione dell’ambiente in cui si svolgeva l’azione per poter poi contare sull’effetto drammatico del campo lungo (C.L.).

L’INQUADRATURA EQUILIBRATA

Comporre un’immagine significa bilanciare gli elementi che la costituiscono in modo da ottenere un’inquadratura piacevole e ben equilibrata dal punto di vista visivo.

Quando stiamo per iniziare la nostra ripresa, è buona abitudine curare gli elementi compositivi dell’inquadratura, regolando l’obiettivo o scegliendo con cura la posizione dalla quale riprendere.

E’ bene controllare attentamente ogni parte dell’inquadratura dal mirino della videocamera o dal suo schermo LCD.

La composizione dell’immagine non è una scienza, tuttavia esistono alcuni principi che possono aiutare ad ottenere un’inquadratura correttamente equilibrata.

La regola dei terzi
Un riferimento pratico per un’inquadratura equilibrata è la cosiddetta “regola dei terzi”.
Si suddivide l’area visiva del mirino con una griglia immaginaria di tre sezioni orizzontali e tre verticali. Gli elementi chiave saranno equilibrati se collocati lungo le linee o nei loro punti di incrocio. E’ un ottimo metodo per bilanciare gli elementi verticali e orizzontali delle riprese.

La suddivisione virtuale dell’immagine in 6 aree: la “regola dei terzi”

Un soggetto collocato in posizione centrale nell’inquadratura e una linea d’orizzonte che taglia perfettamente a metà lo schermo rendono le immagini poco interessanti.
La regola dei terzi prevede invece che l’orizzonte si trovi su una linea orizzontale posta a un terzo o a due terzi di quadro, privilegiando quindi il cielo oppure il territorio o il mare.

Immagini di panorami filmati con la regola dei terzi: predomina il suolo oppure il cielo

Una figura umana può essere disposta a un terzo o a due terzi sul lato verticale dell’inquadratura. Solitamente si lascia maggiore spazio “vuoto” sul lato verso cui il soggetto sta guardando o sta camminando.

GLI OBIETTIVI A FOCALE VARIABILE (LO ZOOM)

Gli obiettivi delle videocamere presentano una focale variabile (zoom) e permettono di passare da un’inquadratura grandangolare ad una con effetto teleobiettivo, e viceversa.

L’utilizzo dello zoom nelle riprese video può essere utile per ingrandire l’immagine inquadrata, creando un movimento di “avvicinamento” al soggetto senza comportare spostamenti della videocamera, oppure per rimpicciolire i soggetti, allargando il campo visivo dell’inquadratura.

La capacità di uno zoom di ingrandire un soggetto viene definito considerando il numero di volte che esso è in grado di ingrandire un’immagine. Ad esempio 2x (si legge due per) significa che il soggetto viene ingrandito due volte.

Lo zoom può anche essere usato in modo creativo, per esempio, lo si può utilizzare per aprire o chiudere una scena. Infatti si può iniziare una scena riprendendo un dettaglio, per poi mostrare l’intero soggetto, oppure la si può concludere zoomando su un particolare.

Anche lo zoom è uno strumento a disposizione per il videomaker.

Per esempio, una zoomata lenta tende a concentrare l’interesse sulla scena; una zoomata veloce, magari fatta a mano, crea un effetto di shock sullo spettatore.

Quest’ultimo utilizzo è uno dei segni distintivi dello stile filmico del regista Mario Bava, autore di celebri film horror tra gli anni Sessanta e Settanta, quali “Terrore nello spazio” (1965), “I tre volti della paura” (1963), “La maschera del demonio” (1960).
a cura di Autori Multimediali

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