Il raggio dolce che sale da oriente
libera il bello e incanta se stesso,
nel fine chiarore si dileguano i viola
tenero è il mondo che si affaccia al mio giorno.
E ti riservo un pensiero commosso
mio fantastico campione ardito,
nato da donna e due ritagli d’un dio,
negli occhi di Enkidu la tua fine hai letto;
l’umana sorte nel tempo finito
un destino a cui nessun essere sfugge,
istigò l’infelice furioso viaggio
alla ricerca del segreto altissimo.
Per albe così non hai più il piglio,
le foreste di Cedri colgono l’orme di un altro,
cavaliere in bilico tra sostanze opposte
non riposi nè agisci nell’irrealtà analoga
della morte ti liberi sollevando il soffio;
del tuo corpo non resta che antica pietra
di immortale solo una traccia ideale
e la coscienza del limite
e la poesia e il mito.
Io ammiro l’opera della ragione
che concerta l’istinto e la passione,
il cuore che educa alla giustizia e al senno
e vela la forma e il mistero del saggio,
anche io contemplo
il mio frammento divino,
l’incline brama della conquista del cielo,
rifletto sul sangue che si corrompe
e mi chiedo l’origine
di questo abbraccio terroso;
ma nel mio ventre tutto riposa
non c’è rivale nè insurrezione,
solo il mero e antico messaggio:
‘qualunque cosa faccia è vento’.
18 giugno 2007
gg – giuseppina geraldina

