“raccontami una storia.
Che storia vuoi?
Raccontami una storia che non hai mai raccontato a nessuno…”
Isabel Allende
“…reale e surreale
Terrificante e buffo
Notturno ed insolito
Bellissimo.”
Jacques Prévert
Stefano Meneghetti, con estrema naturalezza dà vita ad un foglio di carta, una tela o ad una pellicola video. La sua esperienza è maturata in diverse parti del globo ma il suo gusto è inequivocabilmente europeo: come un alchimista fa sovrapporre spunti worholiani a cromatismi mitteleuropei e bizantini. Artista raffinato e sensibile è avvolto da un particolare stato di grazia che lo rende estraneo alla vorticosità del quotidiano. Egli è osservatore attento e sognatore, astratto e concreto. Attraverso la lettura delle sue opere ci colloca in un altrove, senza mai perdere il senso del reale.
Le opere di Stefano sono microsintesi della realtà e portatrici di un messaggio ingenuamente consapevole e invito ad attraversare più serenamente il nostro tempo, a coglierne le positività.
Antonello Pizzi
Critico
La voce del frammento
I percorsi sperimentali della ricerca espressiva di Stefano Meneghetti, benchè irriducibili, sembrano tuttavia obbedire a una legge comune, forse a un sottaciuto ancorchè incoercibile imperativo: il recupero di un arcana, segreta memoria del frammento. Un recupero che è salvazione del segno della caducità del messaggio pubblicitario oppure dell’articolo di giornale e, insieme ricreazione di un discorso inaudito, dove il già visto sprigiona quel che l’occhio ha finora mancato di vedere: volti di donne pietrificati da una calce non meno metaforica che tangibile, continenti solcati di linee su uno sfondo screziato nei colori di una malinconia sospesa fra nostalgia e desiderio, spartiti musica di tempi lontani che si trasformano in un thesaurus geroglifico del ricordo.
Si potrebbe parlare di elogio della superficie, concepita però in modo nuovo; non come pura orizzontalità, nè come dimensione d’ingresso al profondo, ma semmai come stratificazione ultima, spazio di un ultimo, estremo approdo dove riposano segni che, consumati dall’uso e dal tempo, sono risorti dalla consumazione a nuovi significati: l’irrelato scopre così relazioni impreviste di farsi, magari soltanto per la durata di uno sguardo, irripetibile epifania.
Amelia Valtolina
Stefano Meneghetti disegna o, se vogliamo dire, “scarabocchia” con estrema facilità: è una dote che i suoi amici conoscono da sempre. I collages che vediamo esposti sono il segno di una maturazione: il tempo e i viaggi lo hanno reso in qualche modo più saggio.
La sua mano dal tratto netto e sicuro ha abbandonato il disegno facile, la linea chiara e distinta, per stendere una patina incerta e confusa di colore annacquato o di materiali più viscosi (come il gesso e la cera) sopra immagini non sue. Innumerevoli anni, vite, sguardi, canti, pianti, giacciono sotto un brandello di rete metallica da pollaio o sotto una pennellata di acquarello color ruggine.
E’ gia possibile osservare e isolare una serie di stadi nell’evoluzione della sua vena creativa, nell’arco di qualche anno: dal tradizionale collage “sporco” in cui una maggiore ampiezza è lasciata al supporto che fa da sfondo ai “ritagli” e in cui comincia a evidenziarsi la patina sopra le immagini incollate, agli intricati riquadri in cui gli strati superiori dei materiali sovrapposti alle immagini hanno cancellato quelli sottostanti, agli ultimi, una sorta di astrazione, dal ritmo più solenne, in cui i brandelli scelti e incollati hanno valore a volte per la forma, in cui gli intervalli sono più larghi e,infine, sono uniformati da un unico colore dominante.
Paradossalmente, una volta abbandonata la fittizia confusione degli sguardi e dei volti, man mano che si allenta la tensione, l’immagine da lui colta e riproposta non diviene più facilmente individuabile. Si fa sempre più fatica a leggere fino allo strato più profondo le varie sovrapposizioni, si procede lentamente, come per recuperare un ricordo che riaffiora alla memoria e prende via via consistenza. E riappropriandoci della forma ci accorgiamo che non è più la stessa perché noi stessi, o il tempo, o i fatti intercorsi ne hanno irrimediabilmente modificato i contorni. Ciò che si è interposto fra noi e quell’immagine è li, crudele e imparziale testimonianza del tempo trascorso, segno e prezzo della saggezza che, nostro malgrado, acquistiamo.
Paola Lugaresi

