Ci piace intervistare gente che viene da fuori. Da oltre
il nord est. Che sia anche un po’ fuori.
Ecco un esemplare degno di nota
di Michele Bornello
Stefano Meneghetti è un direttore creativo. Viene da Milano.
Per sua stessa ammissione il direttore creativo è un fallito che però
ha l’intuizione giusta al momento giusto. Una specie di Master
Mind della direzione artistica. E’ fallito però indica alla persona
che lavora con lui la strada, l’azione, la persona. Insomma una
specie di bussola smagnetizzata che ogni tanto, senza un motivo
apparente punta più decisa del solito e vibra come la forcella di
un rabdomante. – Fai così, – dice- e così sia.
Flemmatico, è convinto che tutto sia relativo. E’ la risultante di un
po’ di viaggi attorno al mondo che lo hanno portato a riflettere su
quanto fosse normale che in una qualche provincia della Cina,
per strada, qualcuno gli avesse sputato in terra proprio al suo
passaggio. Qui lo abbatteresti a colpi di spadone (e non è detto
tanto per dire… ) lì invece pare non sia del tutto strano ed al
terzo o quarto scaracchio non ci fai più caso.
Vivere nelle bolle culturali in cui siamo nati gli sta stretto. Ora è
trapiantato a Treviso (da Milano, da Calcutta, dal resto del
mondo?) ha una bici bordeaux comprata da un meccanico di
quelli di una volta, oramai rari, la vetrina sporcalurida con lo
stucco secco ha ancora gli adesivi della Wampum Jeans ed il
ragnetto del vecchio logo Benetton. Fuori vecchi Califfo, moderni
scooters, i due-ruote gialloblu dei postini e le bombole del gas di
cui hanno rivendita.
Di recente Stefano ha compiuto un progresso, un vespone color
Afrika Korps con il quale scorazza fra Treviso, il Montello e
Venezia con il senso dell’orientamento ed il fiuto di Rommel per
ogni buona osteria o evento culturale.
Altra sua fissa sono i peli radicali. Piccola pallosa parentesi di
Scienze: si tratta di piccolissimi indispensabili peli presenti alle
estremità delle radici delle piante. Assorbono il nutrimento e
l’umidità necessari alla crescita. Un terreno leggermente secco
stimola l’attività dei peli radicali che si spingono in tutte le
direzioni alla ricerca d’umidità. Quando estirpate una pianta
questi invisibili peli si strappano, si lacerano, diventano inservibili
perché delicatissimi e la pianta, nella nuova dimora, deve
ricostruirseli. Per questo lo sforzo che sosterrà la farà sembrare
deperita. Provate voi a rimanere a digiuno durante un trasloco.
Ora, per amor di analogia, alcuni studiosi di migrazione ed
integrazione sostengono che spesso a migranti o semplicemente
a chi solo si sposti da una città ad un’altra, da un luogo ad un
altro all’interno del proprio paese urga ‘riscostruire’ la mappatura
mentale di vie, uffici, negozi, luoghi, architetture. Serva allacciare
conoscenze, impratichirsi con la parlata locale, i dialetti, le
abitudini, i cibi. Ebbene tutto questo costa. Costa mille piccole
fatiche quotidiane, dal dover cercare nelle Pagine Gialle l’ufficio
postale che al tuo paese avresti raggiunto ad occhi chiusi,
all’interrogarti su cartelli o avvisi stradali o offerte commerciali
scritti in una lingua a te non ancora del tutto svelata.
Così Stefano ha conosciuto Treviso con cautela, a spirale. Prima
di tutto la signora dell’edicola della stazione e le due figlie, con le
quali chiacchiera sia prima di salire che dopo sceso. Poi, pochi
metri più in là, Stefano ha conosciuto Mario il tassista,
contenitore di umori cittadini, distributore di gossip innocui di cui
spesso il trevigiano si veste e che non vanno oltre ai rassicuranti:
‘io conosco quello e poi anche quello. Quello poi non ne
parliamo è amico mio! Ma chi? Quello? Eravamo a cena fuori
sabato scorso! “e tutti questi ‘quelli’ sono ovviamente i
maggiorenti cittadini.
Di altre conoscenze non siamo a conoscenza. Sembra aver
socializzato perfino con uno dei nostri, il severo
Mariano>href=http://www.fioi.tv/componenti/template_a.asp?
ID=291>Mariano Cangiu con il quale le schermaglie non
mancano. Passa poi varie ore in compagnia della propria
telecamera e di una collezione d’insetti che costringe a recitare
per lui sul davanzale immortalandoli sullo sfondo verde e profumato dell’amato basilico.
Era convinto che Treviso fosse una piccola città di provincia fatta
di viuzze strette, terrazzette in ferro battuto, profumo d’arrosto e
peperonata e appena oltre le mura campi verdi e corsi d’acqua.
Ora invece deve attraversare ogni giorno almeno due ‘zone
industriali’ di quelle toste. Vive in una lottizzazione che incombe
su di un vicino campo di grano turco.
Per riprendersi dalla delusione frequenta spesso una pasticceria
siciliana dove annega fra babà e code di aragosta (paste
croccanti con all’interno crema n.d.r). Alla sera siede a tavola
composto in un vicino take away dove giurano d’averlo visto
azzannare un kebab piccante accompagnato da youghurt arabo
e tè alla menta marocchino.
Venezia lo attira, assiste a balletti giapponesi e teatro israeliano
all’isola di S.Erasmo, viene sedotto da un’insegnante marsigliese
e trascinato in eventi culturali grandi e piccoli. In terraferma
assiste ad un concerto di clarinetto e fisarmonica all’interno di
uno dei templi del paesaggio veneto: una concessionaria d’auto.
Propone esposizioni internazionali di grafica allestite in antiche
fonderie, rimane estasiato dal padiglione Lituano della Biennale,
mentre di quello Iraniano, suo paese adottivo non dice nulla.
Vorrebbe tanto conoscere il trevigiano Giusto Pio
che assieme a Battiato ha fatto del multiculturalismo uno stile.
Peli radicali in crescita, quindi.
Sì, certo, a modo suo.

