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Nella filosofia Zen il kōan è una frase paradossale o una storia usata per aiutare la meditazione e risvegliare una natura più profonda, di solito narra l’incontro tra un maestro ed il suo discepolo nel quale viene rivelata la natura più profonda delle cose. Il koan è un espediente che può permettere al discepolo di ottenere l’illuminazione. Su un koan, che è largamente usato nel Buddhismo Ch’an e, più tardi, nello Zen Giapponese, si deve riflettere. Il koan si presenta come una sorta di enigma.

Rappresenta una sfida alla mente, più che all’intelletto. Il koan potrebbe essere imperniato sulle frasi dei maestri, sullo scambio verbale tra un maestro e i discepoli, su alcuni brani dei Sutra, e così via. In determinate circostanze, qualcuno ha raggiunto l’illuminazione. Il koan è un “caso”, che attesta l’accesso a un altro piano di realtà. Colui che medita sul koan può rivivere le stesse esperienze dei suoi protagonisti. Un discepolo deve assegnare al koan un’importanza centrale in tutta la sua vita: deve concentrarsi costantemente su di esso, impedendo al pensiero di spingersi altrove.

Un giovane monaco chiese una volta al maestro Joshu:
“Sono nuovo del monastero, ti prego di insegnarmi”

Joshu domandò:
“Hai mangiato la tua zuppa di riso?”

Il monaco rispose
“L’ho mangiata”

E Joshu concluse
“Allora faresti bene a lavare la tua ciotola”.

Pare che quel giovane abbia di lì a poco raggiunto il satori. Al monaco sarà sembrato inequivocabile che il maestro, il quale, ricordo, è considerato come figura di grande autorità e saggezza, gli abbia rivolto una domanda assolutamente non pertinente per qualche fine recondito.