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Grizzly Bear

30 gennaio 2010

Grizzly Bear Veckatimest

03mar09

mi ritrovo ad attendere dischi. alcuni dischi. quasi involontariamente.
come se avessero una stagionalità, il ritmo di un frutteto o la logica stagionale. succede nel miscuglio necessario fra la creatività di alcuni artisti e le pressioni commerciali di chi da quella creatività dipende. e ci si ritrova ad attendere.
Grizzly Bear è uno di quei gruppi per cui vale la pena di attendere. poi d’improvviso vedi spuntare una gemma o dischiudersi un bocciolo e ti rendi conto che la loro stagione è tornata. e mi rallegro del mio aspettare, del suo essersi finalmente compiuto e di questo nuovo disco.
grizzly_bear-veckatimest-cover-better1Veckatimest (Warp Records, 2009) è il loro terzo album in studio. lo sto ascoltando mentre fuori piove fra la nebbia. scorrono le 12 canzoni dell’album. e poi spingo nuovamente play mentre ripenso ad una teoria sulla fruizione musicale che basa la sue tesi sul concetto di attesa (di attese). l’ascolto musicale come specchio delle nostre conoscenze culturali sul quale riflettiamo (rispecchiamo) il susseguirsi delle nostre attese. continue aspettative riversate sul fluire della musica. una progressiva alternanza fra attese soddisfatte o disattese, di variazioni melodiche e armoniche che si disvelano e segnano la cifra della nostra soddisfazione o sorpresa, stupore o delusione.

assecondando questa teoria giungo a dire che questo disco ha natura grandiosa e immensa. lo dico io e me ne assumo quel poco di responsabilità che ne concerne. non ricorrerò a paragoni semplificativi. non li amo e i Grizzly Bear, a questo punto della loro statura artistica, non li meritano, ma questo disco ha davvero il respiro dei grandi capolavori. si nutre di una coerenza di suono che è (per me) sintomo di coscienza, di impasti vocali adulti e non di maniera e in più, e qui forse risiede la meraviglia, di una maturità armonica rara fra la musica cosiddetta indie. capacità compositive d’altri tempi o d’altre musiche. e poi canzoni degne di tale nome, trattate con curiosa capacità creativa e sbarazzate da inutili appeal dance o proto rock.

ma senza volerlo già troppo ho detto e assai meno avrei desiderato dire. altri ascolti stratificheranno e aggiungeranno complessità e conoscenza. io dico di essere stupito di questo disco, per come si è insinuato nelle mie attese sbaragliate e per come si sta facendo amare malgrado caratteristiche peculiari che non elencherei fra le mie favorite. eppure eccolo qui, strordinario. il baraccone discografico lo annuncia in uscita per il 26 maggio, la rete, a quanto pare, non sa aspettare: Grizzly Bear Veckatimest!

http://borguez.wordpress.com/

AA01

26 gennaio 2010

Foto Sintesi di Andrea Armellin
Conegliano (TV) – Galleria via XX Settembre
30 gennaio – 7 febbraio 2010
Inaugurazione 30 gennaio ore 18.00
Feriali 19-21 | Sabato e domenica 10-12 e 15-21

Preludio.
Stefano Meneghetti
stefanomeneghetti.it

Osservo astenendomi a svelare, mi appoggio al bordo per non vacillare. Lo sguardo si inclina di 7 gradi per assimilare, per rimettere a fuoco. Mi lascio trasportare, silenzio, un leggero sentimento prende forma. Le immagini si discostano da un orizzonte estetico accademico per lasciar spazio ad una percezione simbolico evocativa.
Il mio sistema nervoso autonomo, simpatico e parasimpatico oscilla tra cromie elettriche e sensazioni. La visione periferica mi porta ad una cromatica polarità psicofisiologica. Cerco di fare l’anatomia dell’immagine ma la natura del colore mi porta ad una neurofisiologia antropologica. Non vedo colori ma forme ardue da focalizzare, strutture evolutive ed emozionali, capaci di influenzare e risvegliare impressioni.
Sono stimoli per intravvedere la bellezza della vita che mi circonda, una breccia per l’amore primordiale del bello.

la tenda rossa. forse.
Bruno Bonisiol
brunobonisiol.com

che cosa conosco del lavoro di Andrea Armellin. ancora nulla. se non ciò che guardo attraverso le sue foto. che cosa conosco di queste foto. nulla. le guardo per la prima volta in questo momento. la tenda rossa. mi piace. forse non è una tenda. forse non è esattamente rossa. forse non è importante. che cosa conosciamo del mondo. che cosa ci stiamo perdendo. che cosa siamo disposti a perdere per continuare a scoprire.

Eh no e no.
Emanuela Da Ros
giornalista e scrittrice

Non è solo, non è tutta questione di reazione. Alla luce, al colore, alla forma. O – reiteratamente – al dettaglio delle forme, declinate in tutti i casi e generi del piacere estetico e/o estatico. E’ piuttosto questione di selezione. Le Foto Sintesi di Andrea Armellin sono separazioni, divisioni discriminazioni di immagini atomizzate e interpretate secondo una prospettiva ri-creativa che smaterializza e rimaterializza lineamenti oggetti impressioni quotidiane. Nel processo fotografico, Andrea non riprende la natura, la realtà, la vita. La sorprende. Dentro la sua essenza o fuori, nella sua apparenza. E ciò che contrad-distingue le sue immagini, in un dedalo (percorribile) di ridefinizioni fotografiche e fotostatiche, è un dittongo fatto di chimica e di pneuma, di energia vitale. Trattenuta con irriverenza, ironia, levità. Scioltezza e, sì: bellezza.

Fotografia come rivelazione.
di Roberta Valtorta
Andrea Armellin sceglie una strada che la fotografia ha percorso in più momenti della sua storia a partire dalle avanguardie: la ricerca di forme astratte nella realtà che pongano l’immagine in bilico tra due diverse identità, quella di “registrazione” di un dato del mondo esterno e quella di “allusione” a mondi altri che fanno riferimento ai codici dell’immaginario. I due termini – fotografia e astrazione – parrebbero infatti costituire una contraddizione. La fotografia è infatti soprattutto percepita come un’arte della realtà, e fin dalla sua invenzione proprio a questo forte e talvolta immediato rapporto con la realtà visibile sono state attribuite la sua specificità espressiva e il suo contenuto teorico. L’atto fotografico stesso, infatti, consiste in un prelievo dal reale che sta davanti ai nostri occhi. Infatti è stata ripetutamente definita una forma di ready made.
Quando dunque il fotografo, come è il caso di Armellin, sceglie come oggetto d’attenzione parti di realtà (natura oppure oggetti costruiti dall’uomo) che offrono all’obbiettivo le loro forme astratte, di fronte a quale tipo di fotografia ci troviamo? Quali esiti ci riserva l’immagine
fotografica quando si pone a confronto con il complesso tema dell’astrazione, cioè con una modalità del percepire e del sentire che si oppone alla definizione del contingente e del concreto e privilegia processi di universalizzazione, sostanzialmente negando la rappresentazione? Il perno del lavoro di Andrea Armellin pare essere il meccanismo dell’incanto di fronte ai colori e alle forme che conosciamo nel mondo che ci circonda, specie quello della natura, la ricerca di una visione inedita, improvvisa, quasi una verginità della visione di fronte a ciò che gli occhi vedono, ma la macchina trasforma in qualcosa di nuovo e diverso. Egli adotta criteri che ben rispondono all’ottenimento di un effetto di sorpresa: rispecchiamenti di forme, false ripetizioni, modularità, rimandi di colore, texture che sembrano “rivelare” qualcosa in più che sta dietro, o forse dentro, le cose. E’ l’espressione in forma fotografica, in questo caso carica di fresca spontaneità, del desiderio che prima o poi, in modi diversi, coglie tutti noi: che la realtà non sia solo ciò che è, ma qualcosa di più profondo e misterioso.


Good design is honest

14 gennaio 2010

It does not make a product more innovative, powerful or valuable than it really is. It does not attempt to manipulate the consumer with promises that cannot be kept.

L 450 flat loudspeaker, TG 60 reel-to-reel tape recorder and TS 45 control unit, 1962-64, by Dieter Rams for Braun

Aqua Gym

9 gennaio 2010

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